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Frosti

A higher place
8/25/2008

Islanda - Agosto 2008

 
9 Agosto
 
"Allt virðist vera breytt/ég gægist út/En er svo ekki neitt"
Glósóli - Sigur Rós
 
Dall'aereo la scoperta delle prime coste Islandesi sotto la fitta coltre di nubi nere è semplicemente irreale dopo averle viste e riviste per diversi mesi su cartine e fotografie: il paese dall'alto è così piccolo e vuoto da far quasi compassione. Quando le ruote toccano terra l'ansia per i voli presi a Roma e Londra scompare lasciando all'occhio la possibilità di concentrarsi sull'aria del paese raggiunto come a cercare di analizzare ogni singola particella che ci si pone davanti, per confermare le sensazioni e i pregiudizi creati prima della agognata partenza. Saliti in auto ci si sposta ma sembra di essere fermi sempre nello stesso luogo con un terreno brullo e accidentato a circondare una strada in completo rifacimento: alzando lo sguardo poco sopra il bassissimo orizzonte però ci si chiede se quei fumi,quelle montagne che si vedono in lontananza e tutto questo verde e argento siano reali o meno.
Reykjavik si apre con una acciaieria e una serie di case e villini ai margini di grandi spazi verdi tagliati da un reticolo lasco di strade dalle indicazioni piuttosto enigmatiche, non proprio il massimo: grazie a queste indicazioni,sbagliando, diventiamo protagonisti del nostro primo runtur trovandoci a passare proprio sulla Laugavegur, via centrale e cuore pulsante della città, di Sabato sera, per giunta nella penultima giornata di Gay Pride nella capitale, evitando a 10km/h i pedoni che affollano la zona avvolti in un caleidoscopio di colori, potenziati dal grigio-nero diffuso in tutta la zona, dalla baia del porto alle case attorno alla Hallgrimskirkja, la chiesa che domina la città.
 
Reykjavik - Tjörnin   Reykjavik - WIP
 
Reykjavik - Murales   Reykjavik - Solfar
 
Reykjavik - Maschere   Reykjavik - Kaffibarinn
 
Reykjavik - Seabraut
 

10 Agosto
 
"Alger Þögn/Ekkert Svar/(En) Það Besta Sem Guð Hefur Skapað/Er Nýr Dagur"
Viðrar Vel Til Loftárása - Sigur Rós
 
Lo sconvolgimento maggiore di una visita in Islanda è dovuto dalla giustappozisione di ambienti selvaggi antitetici a poca distanza l'uno dall'altro: così dopo esserci persi in una vallata spostata di peso dalla luna raggiungiamo in mattinata il parco Þingvellir, dall'apparenza vagamente altoatesina se non si da peso al trovarsi all'interno della spaccatura terrestre che separa le due placche Americana e Europea. Sotto le perennemente presenti nuvole basse ferme perse nell'infinito, spostandoci verso Est, osserviamo con sorpresa il passaggio improvviso da un panorama rurale ad uno molto meno accogliente nella zona di Geysir e ancor meno nei dintorni della Gulfoss: il primo nome parla da sè (campi geotermali e improvvise esplosioni di acqua) mentre il secondo indica una cascata a doppio salto impossibile da descrivere a parole e a stento con delle foto, se non altro per il movimento del sole che incontrando le particelle d'acqua sollevate dalla potenza della cascata crea arcobaleni in diverse angolazioni.
In lontananza sorvegliati dal primo ghiacciaio scendiamo verso la costa con l'ennesimo cambio di ambiente: ora un verde accecante ci circonda assieme ad una pioggia battente ed un vento freddo che ha l'ottimo effetto di tenerci svegli per poter ammirare la Seljalandsfoss e la Skógafoss, entrambe bellissime cascate, la seconda inavvicinabile con la fotocamera per la potenza della gittata; mentre raggiungiamo la prima ci coglie una pura meraviglia alla visione di un inatteso nero sandur venato da argentei torrenti (il canale di scolo di un ghiacciaio in parole povere). Nero e verde continuano ad accompagnarci fino a Vik che ci accoglie con la sua irreale spiaggia scura: le onde che si infrangono sulla riva sono circolari segni di gesso su una lavagna che irremediabilmente scompaiono lasciando intatto l'imperturbabile velluto nero sotto i nostri increduli piedi.
 
Gullfoss   Vik
 
Gullfoss - Secondo Salto   Geysir
 
Seljalandsfoss   Skógafoss
 
Þingvellir
 

11 Agosto
 
"Bakvið skýjaból vaknar sól úr dvala/Svalar sér við kalda dropa regnsins/leikur sér við heita loga eldsins/Býr til regnboga"
Hafssól - Sigur Rós
 
Scarpinando con una 2 ruote motrici molto utilitaria su per una strada da 4x4 arriviamo sul promotorio del Dyrhólaey da cui osservare l'Atlantico,le enormi distese di sabbia nera e le costruzioni basaltiche al limite del naturale: di fatti alzandosi di un paio di centinaio di metri si riesce ad osservare molto distante e genericamente quando si vuole raggiungere un posto sito a chilometri di distanza lo si vede già dalla strada non essendovi rilievi o alberi a frapporsi. Superando Vik in direzione parco dello Skaftafell ci accoglie un sandur di dimensioni apocalittiche scaturito dall'ultimo jökulhlaup, ovvero lo scioglimento di una piccola parte dell'enorme ghiacciaio Vatnajökull (più grande al mondo esclusi i poli) a causa dell'eruzione di un vulcano sottostante con conseguente alluvione dell'intera zona fino al mare: polvere grigia fino a dove l'occhio può vedere, in eterno, interrotta solo dal verde del caldissimo parco.
Il tempo peggiora, il sole si abbassa e d'improvviso ci troviamo proiettati nella Jokursarlon, la laguna degli icebergs: il ghiacciaio si versa nelle acque che spostano i blocchi di ghiaccio più piccoli direttamente nell'oceano trasformando la riva della spiaggia in un'esposizione di diamanti e i primi metri dalla battigia in un unico movimento plasmatico nel quale sguazzano delle timide foche. Tutto tremendamente irreale ma la vera difficoltà nel trattenere le lacrime arriva solo alla vista della successiva zona poco prima di arrivare ad Hofn: le nuvole si riaprono con squarci improvvisi e dove i bassi raggi di sole riescono a farsi strada le residue gocce creano arcobaleni multipli e la luce assume delle tinte caldissime al limite della concezione dell'occhio umano; ai bordi della strada interi stormi di uccelli si alzano in volo sulle bassissime acque salmastre rigate d'argento e blu mentre i cavalli vanno al trotto controvento scaldati dal fuoco di questo irripetibile tramonto che sembra incendiare il verde smeraldo tutt'attorno.
 
Dyrhólaey   Pulcinelle
 
Dyrhólaey - Basalto   Svartifoss
 
Dyrhólaey - Verso Vik   Jökulsárlón - Diamante
 
Jökulsárlón - Spiaggia   Verso Hofn
 
Jökulsárlón
 
Skaftafell - Vatnajökull
 

12 Agosto
 
"While you are away/my heart comes undone/slowly unravels/in a ball of yarn/the devil collects it/with a grin/our love/in a ball of yarn/
he'll never return it/so when you come back/we'll have to make new love
"
Unravel - Björk
 
Navi che vanno, navi che vengono nei fiordi orientali: sull'acqua del mare in fondo alle valli si riflettono i colori delle case sulle scogliere e man mano che si procede l'immagine specchiata cambia non ripetendo mai la stessa combinazione di colori. Tira un forte vento e c'è una strana tristezza nell'aria di queste zone così remote: sarà perchè le strade sono davvero poco trafficate, avendo abbandonato la statale 1 o sarà perchè si notano i primi orrendi segni di sfruttamento di questa nazione con la gigantesca acciaieria di Reyðarfjörður. Poco da vedere, solo molta strada panoramica ed avventurosa da percorrere attraverso gallerie a senso unico e passi montani dalla pendenza vertiginosa che ci ripagano con dei paesini di pescatori dai colori pastello sgargianti: Seyðisfjörður e la sua chiesa azzurra meritano una menzione particolare. Si, qui ci sentiamo davvero distanti dall'Italia...
 
Seydisfjördur - Chiesa   Seydisfjördur
 
Berufj
 

13 Agosto
 
"State of emergency/How beautiful to be/State of emergency/Is where I want to be"
Joga - Björk
 
Col cielo più terso che ci sia capitato in questa vacanza abbandoniamo i fiordi per portarci verso Est nella zona del lago Mývatn, tempestato di moltissime cose da vedere. Dopo essere passati in una vallata terrificante fatta solo di sabbie color marrone, esatto opposto dell'ombelico del mondo, la prima sosta è all'interno del parco Jökulsárgljúfur, un canyon di parecchi chilometri all'interno del quale scorre uno dei tanti fiumi generati dal ghiacciaio Vatnajökull: l'atmosfera è da far west con le auto davanti a noi che alzano un fitto polverone che copre la vista della strada mentre a destra e a sinistra solo rocce e desolazione, un nulla assoluto interrotto qua e là da qualche macchinario da lavoro fermo e qualche container abitativo. Un posto così angosciante nasconde un gioiello come la Dettifoss, cascata dalla portata fenomenale e altamente fotogienica per la solita questione di distacchi netti tra i colori vivi degli arcobaleni che si creano al passaggio del sole e del grigio che dipinge tutta questa zona e le acque impetuose che la percorrono: è stupendo distendersi sulle pietre più vicine al salto e rimanere con la testa a pochi centimetri dall'acqua agitata, ascoltandone il rombo della caduta. Poco a monte la Selfoss è corroborante per la vista e per il fisico con milioni di goccioline gelate che ci accarezzano il viso, praticamente un caffè dopo tanta guida: il fiume, qui davvero agitato, guadagna potenza man mano che la cornice di cascate si allontana verso Nord alimentando il flusso, prima del grande salto della Dettifoss. Ad Asbyrgi, ovvero dove termina il canyon forse torneremo perchè il tempo è davvero tiranno e la strada è troppo rovinata per sbrigarsi: ingranata la quarta, direzione Ovest.
In Islanda tutte le energie derivano dallo sfruttamento della potenza geotermica sita lungo tutto il paese ed una chiara dimostrazione di ciò la si ha nella zona, tuttora attiva, del Krafla tempestata di vapori che escono in maniera prorompente dal sottosuolo sfruttati da una centrale elettrica in continua attività: tutt'intorno una nauseante puzza di zolfo e colori caldi che non annunciano nulla di buono soprattutto se si guarda in lontananza una infinita distesa nera di lava essiccata, prodotta nel corso degli anni, tuttora fumante: enormi squarci tra i sedimenti color carbone e crateri esplosi o pieni di acqua celeste ci fanno credere di essere almeno su Venere.
Questo ennesimo cambio di ambiente quasi non ci sorprende più tant'è che, dopo aver svalicato sempre verso Ovest, la vista del placido lago Myvatn ci lascia poco sorpresi: però a questo punto il sole fa di nuovo capolino, si alza un vento caldo e i riflessi sull'acqua continuano a regalarci immagini irripetibili, con gli immancabili stormi di uccelli a librarsi in volo ed i cavalli in semicerchio per respirare vicini e sentire meno freddo. Tutta questa parte d'Islanda è piuttosto giovane e lo si evince dalle forme dell'ambiente in continua antitesi l'una con l'altra a distanza di pochi metri: si alternano così un gigantesco cratere di sabbia nera che domina il lago, gli inquietanti resti lavici del Dimmu Borgir, il fiabesco colle Höfði, la placida zona di nidificazione degli uccelli e i crateri che vengon fuori dall'acqua blu cobalto.
Verso le 22 con il sole che ancora illumina la zona, stanchi, si progetta l'itinerario del giorno dopo: da qui in poi dovremo fare sempre meno soste...
 
Dettifoss   Krafla - Lava
 
Dettifoss - Salto   Selfoss
 
Selfoss - Canyon   Krafla - Leirhnjukur
 
Hverir   Dimmu Borgir
 
Jökulsárgljúfur - Dettifoss
 
Jökulsárgljúfur - Selfoss
 
Krafla - Stora-Viti
 
Hverfell
 
Myvatn da Höfði
 

14 Agosto
 
"Oh, how the boat drifts/Oh, how the tide shifts/I lie my head in/I hear it coming"
Oh, How The Boat Drifts - múm
 
Sulla barca che solca la baia di Husavik finalmente (?) arriva il vero freddo: una maglietta intima, un micropile, un maglione, una giacca a vento, un cappello di lana ed una sciarpa quasi non bastano per ripararsi dall'umidità che sale dallo scafo. Siamo qui per vedere le balene e fotocamera alla mano cerchiamo di scorgere movimenti sull'acqua: i giganti si presentano ma la parte migliore di questa esperienza è sicuramente la cioccolata calda offerta alla fine del tragitto.
Per trovare nuovamente il caldo saliamo verso Nord, verso il circolo polare artico e dopo una breve sosta ad ammirare il mare azzurro sotto le scogliere a strapiombo con lo sguardo verso il polo, raggiungiamo il canyon a forma di ferro di cavallo di Asbyrgi: al di là dell'incredibile caldo (a queste latitudini è preoccupante), si rimane ad osservare con attenzione questo strano posto pieno di alberi e dalle pareti perfettamente perpendicolari al terreno.
E' giunta l'ora di procedere per Akureyri, la capitale del Nord, per il pernottamento: sulla strada una piccola deviazione per la magnifica Godafoss e poi via verso la seconda cittadina d'Islanda, per importanza. Come al solito l'orario è al tramonto e come al solito gli effetti luce sono da film: per l'intero viaggio sembra che dalle 18 in poi un visionario scenografo entri in azione dipingendo con la sua arte delle aperture di luce nel cielo rannuvolato, trovando di tanto in tanto il modo di piazzare tutti i colori dello spettro visibile oltre ai magnifici onnipresenti blu e argento.
 
Húsavík - Balene   Ásbyrgi - Anatra
 
Ásbyrgi - Botnstjörn   Ásbyrgi
 
Goðafoss
 
Akureyri
 

15 Agosto
 
"Við keyrðum út um allt/Í gegnum sól og malarryk/Við sáum öll svo margt/Já, heimsins ból og svart malbik"
Við spilum endalaust - Sigur Rós
 
La macchina continua ad andare, sporca all'inverosimile dopo tanti chilometri tra asfalto, ghiaia e un po' di sterrato: senza alzare mai il piede ci manteniamo sui 90-100 km/h diretti verso la Laguna Blu saltando tutta la zona Ovest che necessiterebbe di altri 10 giorni almeno... Uniche pause lo studio di registrazione dei Sigur Ros e il passaggio nel tunnel sotto il fiordo di Akranes.
Superata la città ci troviamo catapultati per la seconda volta nella desolazione della penisola di Reykjanes osservando in lontananza i fumi della Blue Lagoon che si avvicinano: dopo 1500 chilometri di isola ci godiamo un bel primo pomeriggio di relax contemplando l'aspetto sci-fi della struttura di accoglienza e rigenerandoci con lo sbalzo freddo-caldo, fuori e dentro la piscina azzurra fumosa.
A Reykjavik in serata un bel brindisi con una sacrosanta Guinness sigilla il termine del nostro girovagare per questa terra semplicemente impossibile da raccontare: armatevi di auto e macinate chilometri, al resto ci penseranno i vostri sensi.
 
Laguna Blu
 

16 Agosto
 
"See the bones behind my eyelids/They're dancing/And it sounds like tap-dancing shoes"
Dancing behind my eyelids - múm
 
Reykjavik vuol dire cultura, musica e arte in generale.
Nel pomeriggio assistiamo ad una scena che avrei voluto vedere da tempo: nel negozietto di cd 12 Tonar, una cantante francese si esibisce in una stanza 4*5 metri e man mano che gli Islandesi entrano, si mettono a sedere sul parquet silenziosi e rispettosi dell'artista senza fiatare, leggeri nel respiro e con un applauso contenuto ed intimo al termine di ogni esecuzione. Ecco, questo è l'aspetto che più ho amato in questi giorni in Islanda: l'apparente freddezza che si trasforma in timidezza e rispetto nei confronti dell'altra persona; mai una parola ad alta voce, anche durante il runtur, il suono e il caos rimane isolato nella miriade di locali e gli ubriachi molesti lo sono in maniera allegra, mai violenta.
Note sul runtur: ottima birra ovunque a prezzi altini; il brennivin non è affatto la "morte nera"; chiunque suona uno strumento; al chiuso ovunque c'è musica; gli hot dog in zona porto sono fantastici; gli Islandesi sono degli Americani senza la tipica arroganza; il viso delle ragazze Islandesi è esteticamente micidiale; i prezzi sono in alcuni casi impensabili; il centro è davvero microscopico.
Nota di demerito: forse troppi turisti... e credo che la situazione peggiorerà con la scoperta da parte delle multinazionali delle potenzialità di questo paese tanto deserto quanto vivo.
 
Reykjavik - Statua   Reykjavik - Scacchi
 
Reykjavik - Adeline Moreau@12 Tonar   Reykjavik - Skólavörðustígur
 

17 Agosto
 
"Here I wait/In the safe place"
Eastern Glow - The Album Leaf
 
La Domenica è il giorno del riposo: tutti a casa con il mal di testa post-runtur a bere caffè lungo e gigioneggiare su Internet. Gli Islandesi che incontriamo per tutta la mattina si contano sulla mano (tutti intenti in attività sportive e passeggiate tra l'altro) mentre esploriamo il resto della città spostandoci in zone residenziali abbastanza ricche attraverso diversi parchi: ovunque, attorno alle case in legno color pastello, vi sono il prato appena tagliato, il suv, la bmw e il tappeto elastico per i bambini. Ogni mattino tutto sembra colorato e restaurato di fresco: i colori delle strutture sono sempre netti e vividi, senza il minimo segno di sporcizia a terra. Alcuni comportamenti nelle file, nel traffico e nelle attività commerciali quasi ci danno sui nervi da buoni Italiani opportunisti che siamo: qui, per ora, semplicemente non esiste la furbizia.
 
Reykjavik - Idrante   Reykjavik - Einar Jónsson
 
Reykjavik
 

18 Agosto
 
"You.../You stay to be alright"
All Alright - Sigur Ros
 
La fotocamera è nella valigia nel mio stesso pullman ma non la posso raggiungere da qui dove sono seduto, eppure sarebbe il massimo averla proprio ora: ora che dietro di noi diretti verso l'aereoporto, Reykjavik esplode nell'alba. Un sole rosso si alza dal fiordo invadendo con ogni tonalità calda l'intera città e la penisola di cui percorriamo la strada: tutt'intorno le pareti degli edifici rivolte a Est riflettono luci rosee e le rive dell'oceano brillano tra la nera lava tornata incandescente solo in questa occasione. Sembra di abbandonare un disastro naturale, un incendio di dimensioni bibliche, ma la verità è che stiamo abbandonando un mondo così diverso dal nostro che quasi ci spaventa e l'unico modo per farlo deve essere in questa maniera violenta: l'Islanda ci saluta con il massimo calore che può esprimere direttamente, cullandoci tra le luci soffuse ormai tendenti al viola; a Roma ci aspetta il tramonto Mediterraneo, il caldo e tanto affetto.
7/30/2008

Anomalie sonore sull'Adriatico

Tra orrendi edifici anni 60 e uno stadio che puzza di ultras qualcuno ha avuto l'incauta idea di tirare su un minifestival che richiami tutti quei ragazzi che agognano una manifestazione "alternativa" che si meriti tal nome, che presenti gruppi e cantanti che giungono da un ambiente più o meno definito, oscillante tra indie e alternative-rock. Lo schieramento di forze dell'ordine è da derby Lazio-Roma, ma forse non gli hanno spiegato che qui non troveranno mortaretti o "razzi da stadio", solo uno sparuto numero di piccoli adulti interessati ad un evento sulla carta più che interessante, nonchè dietro l'angolo, in una zona d'Italia spesso sorda a questi generi musicali: i soliti ubriachi molesti ci sono ma col tempo di un paio di canzoni si ritroveranno a terra nelle ultime file senza disturbare chi è lì per il vero scopo, la musica da ascoltare in silenzio religiosissimo.
 
Chiudere gli occhi a tratti ed ascoltare aiuta a non vedere l'aspetto poco invitante che circonda la location immersa nello squallore periferico di una città figlia del boom economico, con il mixer posizionato esattamente sulla H dell'eliporto scelto per il concerto come ad indicarci l'iniziale di un disperato "Help!". Con le luci del tramonto tutto si nasconde nel buio fortunatamente, l'atmosfera si rilassa e arrivano i veri nomi che aspettavamo sul palco: gli Offlaga Disco Pax deliziano la folla con le parole in libertà del "cantante" modellate su delle basi perfette al punto giusto, anche se i toni bassi pompatissimi per i Mogwai, che seguiranno, tendono a coprire in parte il resto.
 
Già, i Mogwai... Visti a Ostia Antica qualche tempo fa in uno spettacolo irripetibile (recensione da qualche parte sul blog), continuano ad essere una "macchina della musica" che macina tutte le altre con i loro riverberi catastrofici e i muri sonori insormontabili: la luna dietro al bassista prova a scavalcare uno di questi muri ma deve rinunciare continuando in eterno e non superando mai la fitta trama di note che tutto copre e tutto avvolge, violentando i timpani al punto di annebbiare la vista.
 
Così ciechi riusciamo finalmente ad astrarci dal luogo attorno e tutto ciò che vediamo sono elettronici ricami di note che ci ingabbiano e stringono, proteggendoci.
 
 
Scaletta
 
The precipice
Friend of the night
Thank you space expert
Summer
Scotland's shame
Yes! I'm a long way from home
I'm Jimm Morrison, I'm dead (*)
Hunted by a freak
I love you, I'm going to blow up your school
Like herod
Batcat
Helicon 1
2 rights make 1 wrong
We're no here
 
 
[Photos by oziosamarti (http://www.flickr.com/photos/oziosamarti/),pedroelnegro [ Accoppio Jesus ] (http://www.flickr.com/photos/pedroelnegro69/), Pilot_10 (http://www.flickr.com/photos/pilot_10/)]
 
Mogwai Green    Mogwai Red
 
Mogwai Moon    Mogwai
7/23/2008

On Sunday we cry

Lasciate tutti quegli strumenti, usate solo un ritmo digitale, una chitarrina accennata e ricordateci cosa vuol dire ascoltare Solitaire da soli nella propria stanza con il solo led blu dell'accensione delle casse a indicarci un punto nel buio che ci circonda per non perdercisi dentro.

Invece no, continuate così, che dopotutto quella fase l'abbiamo superata forse in toto ed ora vogliamo solo essere malinconicamente felici grazie ad una meravigliosa One With the Freaks, che squarcia la notte con ampi spazi di azzurro cielo.

Ok, accettiamo definitivamente il fatto che non farete mai Solitaire ma poco importa, ciò che state suonando e come lo state suonando ci fa semplicemente sentire bene e ci coglie di sorpresa che è esattamente quello che ci si attende da un'esibizione live: continuate a contorcervi, così come fa Marcus Acher con la sua chitarra o come il batterista, tenete la bocca aperta e la lingua di fuori, mentre il sudore vi bagna le bachette ma non fa in tempo a scendere per la velocità di esecuzione.

E mentre l'albero dietro il palco si accende di un fuoco viola e rosso di luci comprendiamo quanto ci sbagliavamo sulla resa live di questa band, capace di accendere la più nascosta delle emozioni e di ravvivare quelle sopite da tempo con il semplice movimento di due Wiimote.
 
 
Scaletta (!parziale e confusionaria!)
 
Where in this world
Pick up the phone
Gloomy planet
This room
Neon Golden
Pilot
Boneless
Gone gone gone
One with the Freaks
Consequence
 
 
 
 
The Notwist - Red    The Notwist - Blue
 
The Notwist    The Notwist - Drums
 
The Notwist - Keyboards    The Notwist - Wiimote
 
The Notwist - Marcus Acher    The Notwist - Bass

Elettrolisi sonora di una folla

C'è di tutto qui davanti: padri con figli, vecchi rockers anni 60, neo-figli dei fiori, ragazzini, ultras, fan di Vasco, fan di Dylan, sfattoni, ragazzi vestiti Louis Vuitton dalla testa ai piedi, emo, indie, pseudo-artisti... Poi ci siamo noi: una sorella, un amico, un amico venuto da lontano e una nuova amica. Da questo strano mix ci si potrebbe attendere il peggiore disturbo possibile nell'assistere ad un concerto soprattutto alla grande distanza in cui ci si trova ma nulla di ciò accade ed anzi l'atmosfera da stadio per la prima volta è funzionale al concerto, rendendolo ancora più speciale.

A tirare le redini della grande folla c'è un mostro sul palco che risponde al nome di Micheal Stipe, assoluto mattatore della serata, incredibile catalizzatore di energia positiva che spinge a saltare, ballare e muoversi sempre e comunque rispettando gli altri spettatori. L'indisposizione del pubblico è dietro l'angolo ma, nonostante una scaletta assolutamente piena di chicche poco conosciute, nulla cambia e tutti rimangono in ascolto alternando alle fasi movimentate a cui accennavo sopra, fasi di pura devozione per le note e per la meravigliosa voce che proviene dal palco.

Le canzoni sono tante e ben si adattano al live quelle del nuovo cd, tutte molto rapide e facili da metabolizzare, dalla prima all'ultima senza esclusioni: la velocità di proposizione delle tracce è davvero molto alta e sottolineata dal montaggio dei video alle spalle della band sempre al limite dell'incomprensibile, in cui i visi dei membri del gruppo vengono fatti ciclare a ritmo sincopato da un abile regia.

Confusione organizzata, così si potrebbe definire questo concerto in due parole, e ciò che lo renderà comunque indelebile nel tempo sarà la pura felicità derivata da Electrolite.
 
 
Scaletta:
 
Living Well Is the Best Revenge
Bad Day
What's the Frequency, Kenneth?
The Wake-Up Bomb
Drive
Man-Sized Wreath
Fall On Me
Ignoreland
Hollow Man
The Great Beyond
So Fast, So Numb
Houston
Electrolite
Imitation Of Life
The One I Love
Nightswimming
Let Me In
Get Up
Horse To Water
I'm Gonna DJ
 
Orange Crush
Supernatural Superserious
Losing My Religion
Driver 8
(Don’t Go Back To) Rockville
1,000,000
Man On The Moon
 
 
 
R.E.M.    R.E.M. - Micheal Stipe
 
R.E.M. - Micheal Stipe Gold    R.E.M. - Micheal Stipe Megafono
 
R.E.M. - Mike Mills    R.E.M. - Yellow
 
R.E.M. - Micheal Stipe Poser    R.E.M. - Micheal Stipe Dark

La strada viola tra Bristol e Roma

Il sapore del ferro in bocca e sulla pelle sembra voler preparare all'ascolto di un concerto tagliente e caldamente sintetico in cui l'insieme del comparto scenografico e musicale accresce la voglia di ascoltare e vedere ancora, fino a mattina.
 
Cinque aste da microfono suddividono la prospettiva della visuale dalla prima fila e incorniciano virtualmente due batterie, una bianca trasparente e l'altra nera, che con i loro bassi creano vortici di piacere direttamente nelle nostre casse toraciche: tra questi due estremi si muovono i Massive Attack, con un 3D in serata di grazia estrema, abile regista e manovratore del macchinario sonoro.
 
L'alternanza degli effetti delle luci sul videowall alle spalle di tutti è da capogiro: miliardi di pixel o gocce d'acqua? Fiocchi di neve o ceneri ardenti che salgono con l'aria più calda? Denunce politiche o annunci scandalistici? Aerei civili o militari? Male o bene? Mera statistica o preoccupante realtà?
 
Tutto cambia in poco spazio e tempo ed alla stessa velocità le voci si alternano presentando molte nuove composizioni che dal primissimo ascolto potrebbero presentare diverse sorprese nel futuro lavoro della band: ne parlo così bene per colpa delle luci? Forse... Tutto si apre e chiude col viola: un colore difficile, drammatico che ci insegue fino al ritorno a casa in nottata inoltrata, con il cuore che segue ancora i bassi di Inertia Creeps.
 
 
Scaletta:
 
All I Want
Marooned
Rising Son
Teardrop
Mezzanine
16 Seeter
Kingpin
Harpsichord
Red Light
Inertia Creeps
Safe From Harm
Marrakesh
 
Angel
Unfinished Sympathy
Dobro
 
Karmacoma
 
 
 
Massive Attack - Drums and Guitar    Massive Attack
 
Massive Attack - White    Massive Attack - Red
 
Massive Attack - 3D    Massive Attack - Daddy G
 
Massive Attack - Stephanie    Massive Attack - Horace Andy
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