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25.08.2008 Islanda - Agosto 20089 Agosto
"Allt virðist vera breytt/ég gægist út/En er svo ekki neitt"
Glósóli - Sigur Rós
Dall'aereo la scoperta delle prime coste Islandesi sotto la fitta coltre di nubi nere è semplicemente irreale dopo averle viste e riviste per diversi mesi su cartine e fotografie: il paese dall'alto è così piccolo e vuoto da far quasi compassione. Quando le ruote toccano terra l'ansia per i voli presi a Roma e Londra scompare lasciando all'occhio la possibilità di concentrarsi sull'aria del paese raggiunto come a cercare di analizzare ogni singola particella che ci si pone davanti, per confermare le sensazioni e i pregiudizi creati prima della agognata partenza. Saliti in auto ci si sposta ma sembra di essere fermi sempre nello stesso luogo con un terreno brullo e accidentato a circondare una strada in completo rifacimento: alzando lo sguardo poco sopra il bassissimo orizzonte però ci si chiede se quei fumi,quelle montagne che si vedono in lontananza e tutto questo verde e argento siano reali o meno.
Reykjavik si apre con una acciaieria e una serie di case e villini ai margini di grandi spazi verdi tagliati da un reticolo lasco di strade dalle indicazioni piuttosto enigmatiche, non proprio il massimo: grazie a queste indicazioni,sbagliando, diventiamo protagonisti del nostro primo runtur trovandoci a passare proprio sulla Laugavegur, via centrale e cuore pulsante della città, di Sabato sera, per giunta nella penultima giornata di Gay Pride nella capitale, evitando a 10km/h i pedoni che affollano la zona avvolti in un caleidoscopio di colori, potenziati dal grigio-nero diffuso in tutta la zona, dalla baia del porto alle case attorno alla Hallgrimskirkja, la chiesa che domina la città. "Alger Þögn/Ekkert Svar/(En) Það Besta Sem Guð Hefur Skapað/Er Nýr Dagur"
Viðrar Vel Til Loftárása - Sigur Rós
Lo sconvolgimento maggiore di una visita in Islanda è dovuto dalla giustappozisione di ambienti selvaggi antitetici a poca distanza l'uno dall'altro: così dopo esserci persi in una vallata spostata di peso dalla luna raggiungiamo in mattinata il parco Þingvellir, dall'apparenza vagamente altoatesina se non si da peso al trovarsi all'interno della spaccatura terrestre che separa le due placche Americana e Europea. Sotto le perennemente presenti nuvole basse ferme perse nell'infinito, spostandoci verso Est, osserviamo con sorpresa il passaggio improvviso da un panorama rurale ad uno molto meno accogliente nella zona di Geysir e ancor meno nei dintorni della Gulfoss: il primo nome parla da sè (campi geotermali e improvvise esplosioni di acqua) mentre il secondo indica una cascata a doppio salto impossibile da descrivere a parole e a stento con delle foto, se non altro per il movimento del sole che incontrando le particelle d'acqua sollevate dalla potenza della cascata crea arcobaleni in diverse angolazioni.
In lontananza sorvegliati dal primo ghiacciaio scendiamo verso la costa con l'ennesimo cambio di ambiente: ora un verde accecante ci circonda assieme ad una pioggia battente ed un vento freddo che ha l'ottimo effetto di tenerci svegli per poter ammirare la Seljalandsfoss e la Skógafoss, entrambe bellissime cascate, la seconda inavvicinabile con la fotocamera per la potenza della gittata; mentre raggiungiamo la prima ci coglie una pura meraviglia alla visione di un inatteso nero sandur venato da argentei torrenti (il canale di scolo di un ghiacciaio in parole povere). Nero e verde continuano ad accompagnarci fino a Vik che ci accoglie con la sua irreale spiaggia scura: le onde che si infrangono sulla riva sono circolari segni di gesso su una lavagna che irremediabilmente scompaiono lasciando intatto l'imperturbabile velluto nero sotto i nostri increduli piedi. "Bakvið skýjaból vaknar sól úr dvala/Svalar sér við kalda dropa regnsins/leikur sér við heita loga eldsins/Býr til regnboga"
Hafssól - Sigur Rós
Scarpinando con una 2 ruote motrici molto utilitaria su per una strada da 4x4 arriviamo sul promotorio del Dyrhólaey da cui osservare l'Atlantico,le enormi distese di sabbia nera e le costruzioni basaltiche al limite del naturale: di fatti alzandosi di un paio di centinaio di metri si riesce ad osservare molto distante e genericamente quando si vuole raggiungere un posto sito a chilometri di distanza lo si vede già dalla strada non essendovi rilievi o alberi a frapporsi. Superando Vik in direzione parco dello Skaftafell ci accoglie un sandur di dimensioni apocalittiche scaturito dall'ultimo jökulhlaup, ovvero lo scioglimento di una piccola parte dell'enorme ghiacciaio Vatnajökull (più grande al mondo esclusi i poli) a causa dell'eruzione di un vulcano sottostante con conseguente alluvione dell'intera zona fino al mare: polvere grigia fino a dove l'occhio può vedere, in eterno, interrotta solo dal verde del caldissimo parco. Il tempo peggiora, il sole si abbassa e d'improvviso ci troviamo proiettati nella Jokursarlon, la laguna degli icebergs: il ghiacciaio si versa nelle acque che spostano i blocchi di ghiaccio più piccoli direttamente nell'oceano trasformando la riva della spiaggia in un'esposizione di diamanti e i primi metri dalla battigia in un unico movimento plasmatico nel quale sguazzano delle timide foche. Tutto tremendamente irreale ma la vera difficoltà nel trattenere le lacrime arriva solo alla vista della successiva zona poco prima di arrivare ad Hofn: le nuvole si riaprono con squarci improvvisi e dove i bassi raggi di sole riescono a farsi strada le residue gocce creano arcobaleni multipli e la luce assume delle tinte caldissime al limite della concezione dell'occhio umano; ai bordi della strada interi stormi di uccelli si alzano in volo sulle bassissime acque salmastre rigate d'argento e blu mentre i cavalli vanno al trotto controvento scaldati dal fuoco di questo irripetibile tramonto che sembra incendiare il verde smeraldo tutt'attorno. ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() 12 Agosto
"While you are away/my heart comes undone/slowly unravels/in a ball of yarn/the devil collects it/with a grin/our love/in a ball of yarn/
he'll never return it/so when you come back/we'll have to make new love" Unravel - Björk
Navi che vanno, navi che vengono nei fiordi orientali: sull'acqua del mare in fondo alle valli si riflettono i colori delle case sulle scogliere e man mano che si procede l'immagine specchiata cambia non ripetendo mai la stessa combinazione di colori. Tira un forte vento e c'è una strana tristezza nell'aria di queste zone così remote: sarà perchè le strade sono davvero poco trafficate, avendo abbandonato la statale 1 o sarà perchè si notano i primi orrendi segni di sfruttamento di questa nazione con la gigantesca acciaieria di Reyðarfjörður. Poco da vedere, solo molta strada panoramica ed avventurosa da percorrere attraverso gallerie a senso unico e passi montani dalla pendenza vertiginosa che ci ripagano con dei paesini di pescatori dai colori pastello sgargianti: Seyðisfjörður e la sua chiesa azzurra meritano una menzione particolare. Si, qui ci sentiamo davvero distanti dall'Italia...
"State of emergency/How beautiful to be/State of emergency/Is where I want to be"
Joga - Björk
Col cielo più terso che ci sia capitato in questa vacanza abbandoniamo i fiordi per portarci verso Est nella zona del lago Mývatn, tempestato di moltissime cose da vedere. Dopo essere passati in una vallata terrificante fatta solo di sabbie color marrone, esatto opposto dell'ombelico del mondo, la prima sosta è all'interno del parco Jökulsárgljúfur, un canyon di parecchi chilometri all'interno del quale scorre uno dei tanti fiumi generati dal ghiacciaio Vatnajökull: l'atmosfera è da far west con le auto davanti a noi che alzano un fitto polverone che copre la vista della strada mentre a destra e a sinistra solo rocce e desolazione, un nulla assoluto interrotto qua e là da qualche macchinario da lavoro fermo e qualche container abitativo. Un posto così angosciante nasconde un gioiello come la Dettifoss, cascata dalla portata fenomenale e altamente fotogienica per la solita questione di distacchi netti tra i colori vivi degli arcobaleni che si creano al passaggio del sole e del grigio che dipinge tutta questa zona e le acque impetuose che la percorrono: è stupendo distendersi sulle pietre più vicine al salto e rimanere con la testa a pochi centimetri dall'acqua agitata, ascoltandone il rombo della caduta. Poco a monte la Selfoss è corroborante per la vista e per il fisico con milioni di goccioline gelate che ci accarezzano il viso, praticamente un caffè dopo tanta guida: il fiume, qui davvero agitato, guadagna potenza man mano che la cornice di cascate si allontana verso Nord alimentando il flusso, prima del grande salto della Dettifoss. Ad Asbyrgi, ovvero dove termina il canyon forse torneremo perchè il tempo è davvero tiranno e la strada è troppo rovinata per sbrigarsi: ingranata la quarta, direzione Ovest. In Islanda tutte le energie derivano dallo sfruttamento della potenza geotermica sita lungo tutto il paese ed una chiara dimostrazione di ciò la si ha nella zona, tuttora attiva, del Krafla tempestata di vapori che escono in maniera prorompente dal sottosuolo sfruttati da una centrale elettrica in continua attività: tutt'intorno una nauseante puzza di zolfo e colori caldi che non annunciano nulla di buono soprattutto se si guarda in lontananza una infinita distesa nera di lava essiccata, prodotta nel corso degli anni, tuttora fumante: enormi squarci tra i sedimenti color carbone e crateri esplosi o pieni di acqua celeste ci fanno credere di essere almeno su Venere. Questo ennesimo cambio di ambiente quasi non ci sorprende più tant'è che, dopo aver svalicato sempre verso Ovest, la vista del placido lago Myvatn ci lascia poco sorpresi: però a questo punto il sole fa di nuovo capolino, si alza un vento caldo e i riflessi sull'acqua continuano a regalarci immagini irripetibili, con gli immancabili stormi di uccelli a librarsi in volo ed i cavalli in semicerchio per respirare vicini e sentire meno freddo. Tutta questa parte d'Islanda è piuttosto giovane e lo si evince dalle forme dell'ambiente in continua antitesi l'una con l'altra a distanza di pochi metri: si alternano così un gigantesco cratere di sabbia nera che domina il lago, gli inquietanti resti lavici del Dimmu Borgir, il fiabesco colle Höfði, la placida zona di nidificazione degli uccelli e i crateri che vengon fuori dall'acqua blu cobalto. Verso le 22 con il sole che ancora illumina la zona, stanchi, si progetta l'itinerario del giorno dopo: da qui in poi dovremo fare sempre meno soste... ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() 14 Agosto
"Oh, how the boat drifts/Oh, how the tide shifts/I lie my head in/I hear it coming"
Oh, How The Boat Drifts - múm
Sulla barca che solca la baia di Husavik finalmente (?) arriva il vero freddo: una maglietta intima, un micropile, un maglione, una giacca a vento, un cappello di lana ed una sciarpa quasi non bastano per ripararsi dall'umidità che sale dallo scafo. Siamo qui per vedere le balene e fotocamera alla mano cerchiamo di scorgere movimenti sull'acqua: i giganti si presentano ma la parte migliore di questa esperienza è sicuramente la cioccolata calda offerta alla fine del tragitto.
Per trovare nuovamente il caldo saliamo verso Nord, verso il circolo polare artico e dopo una breve sosta ad ammirare il mare azzurro sotto le scogliere a strapiombo con lo sguardo verso il polo, raggiungiamo il canyon a forma di ferro di cavallo di Asbyrgi: al di là dell'incredibile caldo (a queste latitudini è preoccupante), si rimane ad osservare con attenzione questo strano posto pieno di alberi e dalle pareti perfettamente perpendicolari al terreno. E' giunta l'ora di procedere per Akureyri, la capitale del Nord, per il pernottamento: sulla strada una piccola deviazione per la magnifica Godafoss e poi via verso la seconda cittadina d'Islanda, per importanza. Come al solito l'orario è al tramonto e come al solito gli effetti luce sono da film: per l'intero viaggio sembra che dalle 18 in poi un visionario scenografo entri in azione dipingendo con la sua arte delle aperture di luce nel cielo rannuvolato, trovando di tanto in tanto il modo di piazzare tutti i colori dello spettro visibile oltre ai magnifici onnipresenti blu e argento. "Við keyrðum út um allt/Í gegnum sól og malarryk/Við sáum öll svo margt/Já, heimsins ból og svart malbik"
Við spilum endalaust - Sigur Rós
La macchina continua ad andare, sporca all'inverosimile dopo tanti chilometri tra asfalto, ghiaia e un po' di sterrato: senza alzare mai il piede ci manteniamo sui 90-100 km/h diretti verso la Laguna Blu saltando tutta la zona Ovest che necessiterebbe di altri 10 giorni almeno... Uniche pause lo studio di registrazione dei Sigur Ros e il passaggio nel tunnel sotto il fiordo di Akranes.
Superata la città ci troviamo catapultati per la seconda volta nella desolazione della penisola di Reykjanes osservando in lontananza i fumi della Blue Lagoon che si avvicinano: dopo 1500 chilometri di isola ci godiamo un bel primo pomeriggio di relax contemplando l'aspetto sci-fi della struttura di accoglienza e rigenerandoci con lo sbalzo freddo-caldo, fuori e dentro la piscina azzurra fumosa. A Reykjavik in serata un bel brindisi con una sacrosanta Guinness sigilla il termine del nostro girovagare per questa terra semplicemente impossibile da raccontare: armatevi di auto e macinate chilometri, al resto ci penseranno i vostri sensi. "See the bones behind my eyelids/They're dancing/And it sounds like tap-dancing shoes"
Dancing behind my eyelids - múm
Reykjavik vuol dire cultura, musica e arte in generale. Nel pomeriggio assistiamo ad una scena che avrei voluto vedere da tempo: nel negozietto di cd 12 Tonar, una cantante francese si esibisce in una stanza 4*5 metri e man mano che gli Islandesi entrano, si mettono a sedere sul parquet silenziosi e rispettosi dell'artista senza fiatare, leggeri nel respiro e con un applauso contenuto ed intimo al termine di ogni esecuzione. Ecco, questo è l'aspetto che più ho amato in questi giorni in Islanda: l'apparente freddezza che si trasforma in timidezza e rispetto nei confronti dell'altra persona; mai una parola ad alta voce, anche durante il runtur, il suono e il caos rimane isolato nella miriade di locali e gli ubriachi molesti lo sono in maniera allegra, mai violenta. Note sul runtur: ottima birra ovunque a prezzi altini; il brennivin non è affatto la "morte nera"; chiunque suona uno strumento; al chiuso ovunque c'è musica; gli hot dog in zona porto sono fantastici; gli Islandesi sono degli Americani senza la tipica arroganza; il viso delle ragazze Islandesi è esteticamente micidiale; i prezzi sono in alcuni casi impensabili; il centro è davvero microscopico. Nota di demerito: forse troppi turisti... e credo che la situazione peggiorerà con la scoperta da parte delle multinazionali delle potenzialità di questo paese tanto deserto quanto vivo. ![]() ![]() 17 Agosto
"Here I wait/In the safe place"
Eastern Glow - The Album Leaf
La Domenica è il giorno del riposo: tutti a casa con il mal di testa post-runtur a bere caffè lungo e gigioneggiare su Internet. Gli Islandesi che incontriamo per tutta la mattina si contano sulla mano (tutti intenti in attività sportive e passeggiate tra l'altro) mentre esploriamo il resto della città spostandoci in zone residenziali abbastanza ricche attraverso diversi parchi: ovunque, attorno alle case in legno color pastello, vi sono il prato appena tagliato, il suv, la bmw e il tappeto elastico per i bambini. Ogni mattino tutto sembra colorato e restaurato di fresco: i colori delle strutture sono sempre netti e vividi, senza il minimo segno di sporcizia a terra. Alcuni comportamenti nelle file, nel traffico e nelle attività commerciali quasi ci danno sui nervi da buoni Italiani opportunisti che siamo: qui, per ora, semplicemente non esiste la furbizia.
"You.../You stay to be alright"
All Alright - Sigur Ros
La fotocamera è nella valigia nel mio stesso pullman ma non la posso raggiungere da qui dove sono seduto, eppure sarebbe il massimo averla proprio ora: ora che dietro di noi diretti verso l'aereoporto, Reykjavik esplode nell'alba. Un sole rosso si alza dal fiordo invadendo con ogni tonalità calda l'intera città e la penisola di cui percorriamo la strada: tutt'intorno le pareti degli edifici rivolte a Est riflettono luci rosee e le rive dell'oceano brillano tra la nera lava tornata incandescente solo in questa occasione. Sembra di abbandonare un disastro naturale, un incendio di dimensioni bibliche, ma la verità è che stiamo abbandonando un mondo così diverso dal nostro che quasi ci spaventa e l'unico modo per farlo deve essere in questa maniera violenta: l'Islanda ci saluta con il massimo calore che può esprimere direttamente, cullandoci tra le luci soffuse ormai tendenti al viola; a Roma ci aspetta il tramonto Mediterraneo, il caldo e tanto affetto. Yorumlar (26)
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