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7/23/2008

On Sunday we cry

Lasciate tutti quegli strumenti, usate solo un ritmo digitale, una chitarrina accennata e ricordateci cosa vuol dire ascoltare Solitaire da soli nella propria stanza con il solo led blu dell'accensione delle casse a indicarci un punto nel buio che ci circonda per non perdercisi dentro.

Invece no, continuate così, che dopotutto quella fase l'abbiamo superata forse in toto ed ora vogliamo solo essere malinconicamente felici grazie ad una meravigliosa One With the Freaks, che squarcia la notte con ampi spazi di azzurro cielo.

Ok, accettiamo definitivamente il fatto che non farete mai Solitaire ma poco importa, ciò che state suonando e come lo state suonando ci fa semplicemente sentire bene e ci coglie di sorpresa che è esattamente quello che ci si attende da un'esibizione live: continuate a contorcervi, così come fa Marcus Acher con la sua chitarra o come il batterista, tenete la bocca aperta e la lingua di fuori, mentre il sudore vi bagna le bachette ma non fa in tempo a scendere per la velocità di esecuzione.

E mentre l'albero dietro il palco si accende di un fuoco viola e rosso di luci comprendiamo quanto ci sbagliavamo sulla resa live di questa band, capace di accendere la più nascosta delle emozioni e di ravvivare quelle sopite da tempo con il semplice movimento di due Wiimote.
 
 
Scaletta (!parziale e confusionaria!)
 
Where in this world
Pick up the phone
Gloomy planet
This room
Neon Golden
Pilot
Boneless
Gone gone gone
One with the Freaks
Consequence
 
 
 
 
The Notwist - Red    The Notwist - Blue
 
The Notwist    The Notwist - Drums
 
The Notwist - Keyboards    The Notwist - Wiimote
 
The Notwist - Marcus Acher    The Notwist - Bass

Elettrolisi sonora di una folla

C'è di tutto qui davanti: padri con figli, vecchi rockers anni 60, neo-figli dei fiori, ragazzini, ultras, fan di Vasco, fan di Dylan, sfattoni, ragazzi vestiti Louis Vuitton dalla testa ai piedi, emo, indie, pseudo-artisti... Poi ci siamo noi: una sorella, un amico, un amico venuto da lontano e una nuova amica. Da questo strano mix ci si potrebbe attendere il peggiore disturbo possibile nell'assistere ad un concerto soprattutto alla grande distanza in cui ci si trova ma nulla di ciò accade ed anzi l'atmosfera da stadio per la prima volta è funzionale al concerto, rendendolo ancora più speciale.

A tirare le redini della grande folla c'è un mostro sul palco che risponde al nome di Micheal Stipe, assoluto mattatore della serata, incredibile catalizzatore di energia positiva che spinge a saltare, ballare e muoversi sempre e comunque rispettando gli altri spettatori. L'indisposizione del pubblico è dietro l'angolo ma, nonostante una scaletta assolutamente piena di chicche poco conosciute, nulla cambia e tutti rimangono in ascolto alternando alle fasi movimentate a cui accennavo sopra, fasi di pura devozione per le note e per la meravigliosa voce che proviene dal palco.

Le canzoni sono tante e ben si adattano al live quelle del nuovo cd, tutte molto rapide e facili da metabolizzare, dalla prima all'ultima senza esclusioni: la velocità di proposizione delle tracce è davvero molto alta e sottolineata dal montaggio dei video alle spalle della band sempre al limite dell'incomprensibile, in cui i visi dei membri del gruppo vengono fatti ciclare a ritmo sincopato da un abile regia.

Confusione organizzata, così si potrebbe definire questo concerto in due parole, e ciò che lo renderà comunque indelebile nel tempo sarà la pura felicità derivata da Electrolite.
 
 
Scaletta:
 
Living Well Is the Best Revenge
Bad Day
What's the Frequency, Kenneth?
The Wake-Up Bomb
Drive
Man-Sized Wreath
Fall On Me
Ignoreland
Hollow Man
The Great Beyond
So Fast, So Numb
Houston
Electrolite
Imitation Of Life
The One I Love
Nightswimming
Let Me In
Get Up
Horse To Water
I'm Gonna DJ
 
Orange Crush
Supernatural Superserious
Losing My Religion
Driver 8
(Don’t Go Back To) Rockville
1,000,000
Man On The Moon
 
 
 
R.E.M.    R.E.M. - Micheal Stipe
 
R.E.M. - Micheal Stipe Gold    R.E.M. - Micheal Stipe Megafono
 
R.E.M. - Mike Mills    R.E.M. - Yellow
 
R.E.M. - Micheal Stipe Poser    R.E.M. - Micheal Stipe Dark

La strada viola tra Bristol e Roma

Il sapore del ferro in bocca e sulla pelle sembra voler preparare all'ascolto di un concerto tagliente e caldamente sintetico in cui l'insieme del comparto scenografico e musicale accresce la voglia di ascoltare e vedere ancora, fino a mattina.
 
Cinque aste da microfono suddividono la prospettiva della visuale dalla prima fila e incorniciano virtualmente due batterie, una bianca trasparente e l'altra nera, che con i loro bassi creano vortici di piacere direttamente nelle nostre casse toraciche: tra questi due estremi si muovono i Massive Attack, con un 3D in serata di grazia estrema, abile regista e manovratore del macchinario sonoro.
 
L'alternanza degli effetti delle luci sul videowall alle spalle di tutti è da capogiro: miliardi di pixel o gocce d'acqua? Fiocchi di neve o ceneri ardenti che salgono con l'aria più calda? Denunce politiche o annunci scandalistici? Aerei civili o militari? Male o bene? Mera statistica o preoccupante realtà?
 
Tutto cambia in poco spazio e tempo ed alla stessa velocità le voci si alternano presentando molte nuove composizioni che dal primissimo ascolto potrebbero presentare diverse sorprese nel futuro lavoro della band: ne parlo così bene per colpa delle luci? Forse... Tutto si apre e chiude col viola: un colore difficile, drammatico che ci insegue fino al ritorno a casa in nottata inoltrata, con il cuore che segue ancora i bassi di Inertia Creeps.
 
 
Scaletta:
 
All I Want
Marooned
Rising Son
Teardrop
Mezzanine
16 Seeter
Kingpin
Harpsichord
Red Light
Inertia Creeps
Safe From Harm
Marrakesh
 
Angel
Unfinished Sympathy
Dobro
 
Karmacoma
 
 
 
Massive Attack - Drums and Guitar    Massive Attack
 
Massive Attack - White    Massive Attack - Red
 
Massive Attack - 3D    Massive Attack - Daddy G
 
Massive Attack - Stephanie    Massive Attack - Horace Andy
7/16/2008

Una notte in cui nessuno al mondo muore

Non so se il titolo sia ripreso dal testo di qualche canzone dei dEus dato che la mia conoscenza nei confronti dei loro lavori è limitata al fantastico "The Ideal Crash" ma la sensazione restituita dalla serata di ieri e forse dall'intera giornata è esattamente descritta da quella frase.
 
Un ottimismo inusuale dovuto a nuove conoscenze con cui passare il viaggio in treno e di conseguenza l'intera giornata, tanto da far rimanere il librone porta-biglietti fermo nello zaino. Così tra una chiacchiera e l'altra si arriva in quel di Ferrara, per la seconda volta: tutto è più piccolo e accogliente con le solite bici a darci il benvenuto e il centro città lindo come una nursery.
 
Sotto le stelle, di fronte al castello e sopra la serie infinita dei ciottoli della pavimentazione il pubblico è ben disposto all'ascolto dei dEus che vanno ad aprire il concerto in maniera rapida e classicamente rock: la figura esagitata del cantante ben definisce cosa le gente si attende da loro mentre a me basta una trascinante "Instant Street". Una figura piuttosto alterata mi copre la visuale ma fortunatamente, con le buone, torna al suo posto in tempo per avere una visione completa degli Interpol che salgono on stage tra gli urlettini delle ragazze molto Take-That-iane volti verso il biondo cantante in giacca,cravatta e cappellino. Da qui, alti e bassi: alti corrispondenti alle canzoni dalla grande resa live e alle belle luci ed effetti sul videowall alle loro spalle, bassi per il pogo delle prime quattro file e per la staticità dei performers, al di là del chitarrista preso come sempre dal suo chitarrone, soprattutto su una "The Lighthouse" immaginifica su cui il pubblico ha smesso anche di cantare rendendola ancora più magica.
 
L'alba rossoblu e la visione del mare metallico pongono fine a questo bel viaggio musicale passato tra chiacchiere interessanti ed in un certo qual senso costruttive e qualche strano nervosismo estivo condito da tortellini e piadina.
 
 
Scaletta dEus:
 
When she comes down
Instant street
Fell off the floor man
Is a robot
Smokers reflect
Slow
Turnpike
The architect
Favourite game
Nothing really ends
Bad Timing
 
 
Scaletta Interpol:
 
Pioneer to the falls
Slow hands
Pda
Narc
C'mere
No I in threesome
The lighthouse
Not even jail
Mammoth
Rest my chemistry
Obstacle 1
Evil
Roland
 
Nyc
The heinrich maneuver
Stella was a diver and she was always down
 
 
 
dEus - Singer    dEus
 
Interpol - Singer    Interpol - Singer black
 
Interpol    Interpol - Bassist Orange
 
Interpol - Bassist    Interpol - Guitarist
7/14/2008

Sigur Ros: l'arco verso lo zenith, il basso verso il nadir

Uno strano accostamento sonoro e visivo, di minimalismo e ridondanza, si estende lungo tutta la scena di un auditorium gremito, qui nella cocente Roma: le piume taglienti che fuoriescono dal colletto della giacca scura da guerriglia musicale del cantante e le grandi sfere di sfondo all'azione netta e nitida fanno da contraltare di fatti a soluzioni più orientate alla curiosità come le candide divise dei trombettisti, i larghi vestiti da bambole delle Amiina e la corona sulla testa del batterista.
 
La cavea è impensabile per resa sonora, e tutto il pubblico, anche quello posto in posizioni più laterali viene coinvolto ad una partecipazione assolutamente silenziosa ma proprio per questo mai così completa e simbiotica con la band: quando in seguito sarà lo stesso protagonista alieno sul palco ad invitare tutti ad una festa di suoni,applausi e colori, nessuno si tirerà indietro, corroborato da tanta bellezza e pronto infine ad esplodere in una unica gioia condivisa.
 
Frenando con le ultime forze un pianto necessario al risuonare delle prime note di Svefn-G-Englar, ci si addentra in un percorso emotivo davvero senza pari: riverberi di una potenza inaudita in Ny Batteri, ci portano fino agli infiniti fiocchi di neve di Fljótavík che fissano l'attimo in cui il nostro orecchio insegue quell'esatta nota di piano per poterne godere appieno. Da qui in poi perdiamo la cognizione di ciò che abbiamo di fronte e la nostra anima è almeno tre metri più vicina alle casse del nostro corpo senza possibilità di spostarci dalla sedia, con l'unica valvola di sfogo in un movimento insano della testa che accompagna i ritmi ben conosciuti. La bocca non riesce a rimanere ferma e ci mordiamo le labbra brucianti per non crollare quando, dopo un perfetto silenzio, risuona la frase "Það Besta Sem Guð Hefur Skapað Er Nýr Dagur" e sappiamo che da adesso in poi è alienazione totale: l'archetto vola tra il pubblico, coriandoli vengono fatti fluttuare nell'aria, una cassa rotola sullo stage, risuonano grandi tamburi tribali e le luci calde incitano un grandissimo pubblico ora definitivamente in piedi ad applaudire ininterrottamente fino alla rossa chiusura di Untitled#8 (Popplagið) che sigilla il tutto, e siamo ancora qui fermi a ricordare, tremanti, quell'arco diritto verso il cielo e quel basso così vicino alla terra.
 
 
Scaletta:
 
Svefn-G-Englar
Glósóli
Sé Lest
Ny Batteri
Við Spilum Endalaust
Hoppípolla/Með Blóðnasir
Fljótavík
Viõrar Vel Til Loftárasa
Góðan Daginn
Saeglopur
Inní Mér Syngur Vitleysingur
Hafssól
Gobbledigook
 
Popplagið
 
 
[Photos by mdipilla (http://www.flickr.com/photos/28326061@N04/), daddyrho (http://www.flickr.com/photos/daddyrho/), Saledargento (eighteen seconds before sunrise) (http://www.flickr.com/photos/saledargento/) ]
 
Sigur Ros Roma Verde     Sigur Ros Roma Bianco
 
Sigur Ros Roma Blu     Sigur Ros Roma Blu Dark
 
Sigur Ros Roma Esplosione     Sigur Ros Roma Rosso
 
Sigur Ros Roma Giacca     Sigur Ros Roma Azione
7/5/2008

The Seldom Seen Kid - Elbow

Allontanando gli occhi dalle trame della coperta sul letto le linee parallele che le compongono si avvicinano inesorabilmente restituendo una unica immagine di quadri colorati, verdi ed arancioni: ognuno di quei piccoli fili di cotone intreccia l'altro per coprire nell'insieme la persona dalla notturna aria estiva. Da sotto questa piccola difesa che nelle notti più calde viene necessariamente meno spunta solo un piccolo ciuffo di capelli ed un respiro impercettibile, quasi avesse paura di svegliare qualcuno che non è nella stanza ma della cui presenza allo stesso tempo sente una enorme necessità: di fatti sotto al rassicurante bianco orizzonte del lenzuolo gli occhi chiusi con difficoltà ed una bocca semiaperta completano il quadro di un ragazzo che dorme o almeno tenta per non pensare alla mancanza di quella persona che non vorremmo mai disturbare ma solo osservare nel sonno, rapiti dal ritmo del suo respiro e dal calore del suo corpo.
 
Tornano gli Elbow, torna la poesia di Guy Garvey in un album in cui ogni traccia definisce i sentimenti e le emozioni dei rapporti umani o anche semplicemente della persona singola visto che sin dal titolo e dal retro del libretto è chiara la dedica ad un caro amico, Bryan Glancy, morto prematuramente: la potenza dei testi del cantante torna in grandissimo spolvero con dei passaggi tali da rendere in un certo senso nuovi, argomenti trattati ormai da chiunque e in qualsiasi salsa. La banalità di un aspetto così sfruttato dalla musica come l'amore, è sconfitta grazie ad un insieme di lirica e melodie da urlo, perfette sotto qualsiasi punto di vista: dopo i primi ascolti poco convinti del sottoscritto tutto si è reso più chiaro e decisamente siamo di fronte ad un bel lavoro, completo e diretto.
 
"The Seldom Seen Kid", titolo dell'album, comincia con una delle migliori canzoni in assoluto degli Elbow che risponde al nome di "Starlings": piccoli battiti acquosi si inseguono sul fondo di un coro leggermente metallico e qualche nota di piano qua e là, fino alla doppia esplosione di suono che introduce la pura poesia del testo, quasi devastante nel passaggio finale ("Sit with me a while/And let me listen to you talk about/your dreams and your obsessions/I'll be quiet and confessional/The violets explode inside me/when I meet your eyes/Then I'm spinning and I'm diving/Like a cloud of starlings") dove il tono della voce diviene metallico per portarci ad un punto di climax altissimo, irragiungibile. Tutti gli argomenti ruotano sempre attorno a questi rapporti di coppia in un modo o nell'altro e la seguente "Bones Of You" si adatta a questa linea guida: la linea sporca di chitarra (basso?) e il battito sul fondo derivano direttamente da Mexican Standoff del precedente album ma qui tutto è reso più facile da ascoltare con il solito bel reparto lirico ed un senso generale di "ottimo singolo radiofonico". Il finale riprende suoni presi da pub, locali fumosi nei dintorni di Manchester davanti a pinte di birra o wiskey, come in tutti i precedenti album: come avevo già detto altrove Garvey è si un poeta, ma parecchio alcolico. Se in Asleep in the back e più precisamente in Presuming Ed (Rest Easy) si faceva riferimento alle preoccupazioni di un futuro padre, con "Mirrorball" questo stesso padre danza sotto la luna divenuta la sua lampada a specchi pieno di gioia per il suo bambino, simbolo indelebile ed inconfutabile dell'amore infinito tra lui e la sua donna: testo carino, un po' meno la parte musicale. Il singolo, con annesso video, è la seguente "Grounds for Divorce" e si parla, giusto per variare, di alcolismo con dedica al caro amico della band scomparso da poco ("there's an hole in my neighbourhood"), ovvero il Seldom Seen Kid che da il titolo all'album: alcohol e amore, inteso con accezione inglese, una sorta di amicizia molto molto intima, quasi parentelare dato che tra loro gli anglofoni non usano la forma più usata nelle nostre terre "Ti voglio bene" ma sempre e comunque "I love you". Lineare e forse noiosa musicalmente ma spiazzante per il contenuto è "Audience With The Pope" che così su due piedi sembra parlare di una qualche personalità governativa importante disposta comunque a venire meno ai suoi compiti per la sua dolce metà. Il livello torna abbastanza alto, con leggero rischio "troppo easy-listening", con "Weather To Fly" che traccia una piccola dichiarazione di intenti della band agli inizi: molto bella la voce campionata ripetitiva che fa da vero ritmo alla canzone, potendo fare a meno analizzandola per bene di una batteria un po' spenta. "The Loneliness of a Tower Crane Driver" potrebbe invece passare come la traccia sottovalutata di questo album: davvero molto molto bella nel suo insieme e con un finale urlato dal cantante che ci porta facilmente a commozione dopo che i battiti e le melodie ripetute ci hanno innalzato fin dentro la gru (tower crane) del titolo e fin nella tremenda solitudine del suo manovratore. Primo tentativo di collaborazione, se non altro alla voce, in tutta la produzione del gruppo è la seguente "The Fix" dove si associa a Gurvey una voce molto "classica": il pezzo nell'insieme scorre senza patemi ma proprio per questo lascia leggermente indifferenti fino al finale con l'inseguimento spasmodico di cori e musiche. Tra le canzoni che più mi si sono piantate dentro in assoluto da quando ascolto musica (e non esagero) c'è la seguente "Some Riot": qui tutto è perfetto e estremamente commovente, dalla voce caldissima e distante allo stesso momento, al testo da lacrime sulla perdita inevitabile di un amico (lo stesso del titolo dell'album), passando per il coro claustrofobico e per una melodia semplice e proprio per questo ancora più efficace. Vedere qualcuno a cui tieni prendere una strada orrenda senza ritorno e rimanere impotente a guardare... "Cause it's breaking my heart, it's breaking my heart/And it's breaking my heart to pull out the rain/Brother of mine, don't run with those fuckers/When will my friend start singing again?/When will my friend start singing again?". Per non abbandonarci senza poter parlare bene di questo lavoro ci troviamo di fronte alla romantica "One Day Like This" di cui, se non considero che forse meno archi l'avrebbero snellita e resa più efficace, non posso che parlare benissimo: il coro sul finale riporta alla mente dei fan sicuramente la vecchia Grace under pressure e per il resto, come al solito, il testo è un perfetto esercizio di stile poetico che sembra stamparci un bel bacio sulla fronte, felici come non mai. Nella finale "Friend of Ours" il "seldom seen kid" torna però giustamente alla mente del cantante e della band che chiudono questo album con un tributo meraviglioso all'amico scomparso in cui la voce sulla frase "Love you mate" commuoverebbe anche un sasso.
 
Consigliato a tutti perchè dopotutto è semplice da ascoltare e chi non conosce questa band sappia che si perde un pop-rock d'autore realizzato magistralmente, derivativo quanto vi pare, ma tutti i gruppi lo sono in un modo o nell'altro e se il risultato è questo, ben vengano le copie.
 
The Seldom Seen Kid
 
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Silenzioso sotto le coperte cercando di incrociare uno sguardo
7/1/2008

This Will Destroy You - This Will Destroy You

Una valvola di sfogo per stemperare tutto il bruciore corporeo e per superare l'incapacità di fare un primo passo che risolverebbe tutto nel bene o nel male: un'orrenda sensazione di scadenza innalza l'insopportabile calore sottocutaneo facendoci tremare e cadere in profonde crisi e facile sconforto. E così si vengono a creare dei palliativi come film, passeggiate e musica che ovattano l'urlante radiazione di fondo rendendola inerte e apparentemente innocua: quando ci fermiamo a pensare però, e sono tanti i momenti in cui lo facciamo, tutto torna a colpirci al centro perfetto del torace, distruggendoci pezzo per pezzo.
 
Dell'ultima ondata di acquisti via web faceva parte un piccolo album senza molte pretese, presentando l'ennesima riformulazione post-rock, a conti fatti nemmeno tanto fantasiosa o innovativa: "This will destroy you", nome del gruppo e titolo del cd allo stesso momento. Con una presentazione catastrofica ed assolutamente non-estiva come quella di poco sopra è chiaro che ciò che dovete aspettarvi uscire dalla casse non è un suono alla Beach Boys ma qualcosa di vicino ai Mogwai di Cody e a qualcosa di The Album Leaf: il prodotto, come già accennato, non rappresenta nulla di trascendentale ma si lascia ascoltare come ogni buon palliativo musicale deve fare.
 
Giusto per smentirci nella nostra piccola critica alla banalità dei contenuti tutto parte con un bel pezzo dal titolo "A Three-Legged Workhorse" che da un'introduzione a la Zooropa si evolve in ritmi sintetici (Sigur Ros, Album Leaf, 65Dos) con le solite tre/quattro semplici note suonate su chitarra: come già detto altrove se ben messe, come in questo caso, comunicano di più poche e nude sonorità che costruzioni complesse e se appare proprio quando ce lo aspettiamo un bel muro sonoro ci dimentichiamo dello schema classico, ormai criticabile, di questo genere musicale continuando a rimanere stranamente sorpresi di volta in volta, come sul passaggio centrale di questa traccia. Abbiamo così ascoltato un picco dell'album che in seguito si lascia scivolare come su un'unica grande composizione partendo da "Villa del Refugio": quasi ambient se non fosse per il disturbo che cresce in sottofondo, godibile al massimo in cuffia in una fresca serata estiva dal cielo terso. "Threads", seppure non sfiguri affatto, resta forse il passaggio più debole in cui ad un susseguirsi di suoni già conosciuti, sia ritmici che melodici, si affianca un interessante crescendo finale a forte rischio diabete però. Una mediocrità che purtroppo non ci abbandona nella successiva "Leather Wings" di cui c'è poco da dire se non chiaro riempitivo usato come ponte per la seconda parte. "The Mighty Rio Grande" parte da una lunga costruzione con cassa costante e piatti che salgono mentre un riverbero di chitarra lavora imperterrito in sottofondo, con apparizioni sporadiche di disturbi sempre più ad alto volume: tutto poi si sfalda nel tratto centrale ripartendo da zero fino ad un corposo finale. La sensazione è comunque buona facendo sempre leva sugli aspetti più intimi del post-rock alzando la "voce" molto raramente. Sorprendente è invece "They Move on Tracks of Never-Ending Light" che dopo un incipit quasi noioso presenta dei beats che risollevano l'intera traccia rendendola forse tra i migliori episodi del disco. "Burial on the Presidio Banks" chiude quasi con dei titoli di coda corrispondenti ad ogni accordo che viene suonato fino ad una esplosione finalmente violenta, altrimenti che post-rock sarebbe?
 
Consigliato a post-rockiani qualsiasi che non schifano la parte più lenta ed emotiva di suddetta corrente. Lo so è Estate e non ci sto con la testa ad ascoltare ste cose, però non posso farci molto: è più forte di me.
 
This Will Destroy You
6/23/2008

Mirrored - Battles

Barocco identifica la costruzione di strati su strati. In musica come in qualsiasi altra arte, ma a volerla dire tutta anche in molti ambiti quotidiani, complicando ciò che può essere espresso in maniera del tutto lineare si dimostra di possedere una ottima tecnica che ben poche volte comunica con la stessa efficacia del minimalismo. Si possono fare costruzioni immaginifiche lasciando all'osservatore/ascoltatore/usufruitore la ricerca inutile del bandolo della matassa, il messaggio: la noia è sempre dietro l'angolo ed evitare di farsi abbandonare in questi casi non è così semplice. Barocco è anche nascondere di fatti con degli artifizi spesso poco riusciti delle mancanze gravi di vero talento che si cerca di sopperire con l'utilizzo di effetti speciali e movenze da grande rockstar planetaria viziata. Nel mondo di tutti i giorni si potrebbe pensare, non così a torto dopotutto, ad una donna truccata con cui dialogare è come "pisciare contro vento" (cit.), o all'Italia ed alle sue incredibili leggi contraddittorie che regolano una burocrazia ed una giustizia da labirinto magico, o a delle tradizioni e comportamenti orrendamente complicati e contronatura che regolano i semplici, o presunti tali, rapporti di coppia e di amicizia.
 
Tra le band con cui sono cresciuto figurano i Queen, tarda droga di mio padre, forse l'ultima in ordine di tempo, traguardo della sua età adulta: quello era barocco, come lo erano tantissime altre band del periodo che qua e là cadevano spesso e volentieri in soluzioni opinabili per mancanza di stile e contenuti. E così si suonava la chitarra con scale infinite controvento giocando a fare Dio che regola le tempeste con le sei corde o si cercava in ogni modo di pompare l'aspetto kitsch che faceva vendere tantissimo e faceva orrendi proseliti: può piacere, come qualsiasi cosa a questo strano popoloso mondo, però è veramente il mio esatto chiassoso egocentrico mascherato opposto.
 
E mentre sei sicuro che tutti coloro che fanno musica ipertecnica autoerotica non ti piaceranno mai vai a scoprire i Battles con "Mirrored" che non sono certamente kitsch ma per strati e sottostrati di melodie sono a dir poco complessi ed effettivamente barocchi, nel 2008.
 
Batteria batteria batteria, "Race:In" ci introduce anche tramite il titolo a questo stranissimo prodotto in cui tutti i suoni sembrano inseguirsi matematicamente collocati: particolarmente in questo primo passaggio anche la stessa voce non è che uno strumento ad onda sinusoidale che intreccia il secco battito in punti esatti e nulla è lasciato al caso. Il freddo e militaresco suono continua nella seguente "Atlas" primo singolo estratto dall'album in cui ad un susseguirsi senza fine di cambi di direzione si associa lo stabile battito di fondo alternativamente sporco e pulito ma sempre presente: riassumendo, una tarantella psichedelica cantata da Alvin dei chipmunk. "Ddiamondd" visionaria e aspra mantiene un bel livello di pazzia, ma sempre controllata ricordiamo, mentre "Tonto", suono onomatopeico della traccia, è più semplice e a tratti classica ma anche tra le migliori del disco con la sua echeggiante voce/strumento e la ormai algoritmica batteria: la durata non è propriamente radiofonica (e non credo sia pretesa dei Battles andare in radio) ma il rallentamento centrale logaritmico è fantastico e giustifica la lunghezza. Una cassa pesante ma perfettamente a suo agio ci accompagna in "Leyendecker", bella e semplice, forse la mia preferita del disco. La stanchezza inizia ad affiorare con "Rainbow" che manca di qualcosa, osando poco rispetto al resto del disco non figurando comunque come episodio completamente mal riuscito, forse solo poco ispirato e frettoloso, se tale aggettivo può essere usato per 8 minuti e rotti di composizione. Salvabile appieno solo per il nevrotico passaggio centrale da videogioco: magari mantenendo questo e poco altro, accorciando la traccia saremmo di fronte ad un episodio migliore. Un rallentamento inatteso e anche qui non riuscito del tutto si ha con "Bad Trails" che anticipa lo strumentale (perchè il resto cosa era?) "Prismism" su cui c'è poco da dire. Su "Snare Hangar" torniamo con una violentissima cassa ad un ascolto più voglioso e attento a tutti gli intrecci proposti sopra al solito tappeto di ritmi e sottoritmi. Per non abbandonarci con una sequenza comunque così così i Battles ci ripropongono i livelli molto alti della prima parte dell'album con "Tij" che apre con un bel fiato sincopato che sembra inseguire il ritmo per non raggiungerlo mai (asintoto?): nello sviluppo della canzone, salite e cadute melodiche intrecciate tra loro come serpenti ci accompagnano ad un finale quasi samba. Così arriviamo alla conclusione di Mirrored, affidata all'ottima "Race:out" contraltare della prima traccia, di cui riprende i temi e in cui dialogano delle chitarre sempre più lontane che sfumano assieme al ritmo fino al termine del mosaico di suoni.
 
Consigliato a chi ha le orecchie disposte ad ascoltare tutto e più (e ad alto volume). Scusate i tanti termini matematici, ma non mi sarei sorpreso di togliere dalla custodia un cd a forma di dodecaedro vista la disposizione al limite del paranoico delle musiche in questo lavoro.
 
Mirrored
6/20/2008

Arcobaleni a Milano

Il potere della musica dal vivo annulla ogni pudore e per ben due volte sono stato sul punto di lasciar scorrere lacrime sulle guance con il labbro inferiore morso per trattenersi e i brividi sulle braccia perchè non si crede possibile di avere a cinque metri un gruppo che da almeno dieci anni continua ad essere sempre in testa ai propri ascolti, senza soluzione di continuità. In questo stato di equilibrio, con le parole strozzate in gola e l'incredulità dipinta negli occhi sgranati per cogliere ogni minimo particolare nelle movenze del tarantolato cantante, tutto il mondo tangibile attorno scompare e si rimane soli in mezzo a 15000 persone con la convinzione egoistica che quella musica meravigliosa sia tutta per noi: questi egoisti in realtà stanno vivendo assieme a loro insaputa un momento stupendo ed irripetibile per cui tutti i bisogni essenziali vengono meno, lasciando che sia il frutto degli amplificatori e delle luci a nutrirci e sorreggerci.
 
Ogni volta che vengono presi in mano gli strumenti dai membri del gruppo, dall'alto della nostra conoscenza di ogni singola canzone della loro carriera, facciamo ipotesi su quale sarà la prossima canzone, indovinando con grande soddisfazione, quando le primissime note suonano dal palco. E se il nobile senso dell'udito è il primo ad essere soddisfatto la vista contribuisce all'elevazione dello spettacolo da bellissimo ad ineguagliabile: lame bianche scendono dall'alto creando una foresta di luci che incornicia la band e scinde la loro immagine alle spalle dove un video montato dal vivo dell'esecuzione singola di ogni compontente crea una connessione speciale col pubblico.
 
Lo sguardo innaturalmente fisso del cantante dal videowall ci conforta ed inquieta allo stesso tempo mentre combattiamo strenuamente e purtroppo, alla lunga, inutilmente per mantenere il posto guadagnatoci con sei ore di fila sotto uno strano sole Milanese ed evitare così i maniaci della propria figura che cantano a squarciagola canzoni che non sanno e si autoscattano foto, ma va bene così, quel che conta è avere ancora la capacità di ascoltare e sentire il concerto cogliendo tutte le fantastiche sfumature sonore e visive che ci vengono proposte ad un ottimo ritmo frenetico.
 
Siamo partiti con i timidi riflessi argentei del sole mattutino sul mare e siamo tornati alla luce rossa dell'alba: in mezzo, tutti i colori dell'arcobaleno.
 
 
Scaletta:
 
Reckoner
15 Step
The National Anthem
All I Need
Nude
Airbag
The Gloaming
Dollars and Cents
Weird Fishes/Arpeggi
Faust Arp
How to Disappear Completely
Jigsaw Falling Into Place
A Wolf at the Door
Videotape
Everything in its right place
Idioteque
Bodysnatchers
 
House of cards
There There
Bangers'n'Mash
Just
The Tourist
 
Go Slowly
2+2=5
Paranoid Android
 
 
 
Thom Yorke Wall    Thom Yorke Blue
 
Radiohead Brown    Radiohead Blue
 
Radiohead Fire    Radiohead People
 
Radiohead Violet    Radiohead Scenografia
 
6/6/2008

Amnesiac - Radiohead

Ogni sanpietrino che si calpesta è uno scatto avanti della lancetta dei secondi: si cresce, si cambia, si migliora, si peggiora, è tutto un confrontarsi con nuove situazioni che saltuariamente troviamo sul cammino che stiamo compiendo. A volte si raggiunge una pietra miliare che ci fa intendere dove siamo diretti a grandi linee e da cui darsi nuova spinta per raggiungere la prossima. Se queste pietre però fossero a noi invisibili o difficili da trovare perchè non abbiamo una carta che ci indichi come e dove proseguire, rischieremmo di saltarne alcune che in certe fasi della nostra crescita avremmo invece dovuto cercare con ogni mezzo lecito. Col tempo poi ci ritroveremmo a dimenticare volontariamente queste mancanze irrecuperabili per difenderci, ma quando la memoria torna distrugge ogni filamento nervoso a difesa di questa amnesia voluta e tutto ciò che ci circonda fa male, tanto. Recuperare la strada perduta non è possibile, anzi forse meglio dire che non è sano, avendola perduta in tenera età, però possiamo pur sempre camminare e sperare che al prossimo sanpietrino qualcuno stia facendo una strada specchiata con le stesse dimenticanze e che ci venga incontro, abbracciandoci.
 
Catastrofico vero? Nel libretto che si accompagna ad Amnesiac dei Radiohead una figura mi ha sempre affascinato più delle altre, opera del solito Stanley Donwood e del fido Tchocky sotto cui si cela Thom Yorke, voce e leader del gruppo: tale figura rappresenta su sfondo giallognolo da vecchio libro delle costellazioni al di sopra dei palazzi di una metropoli e una scritta disturba il disegno, "The decline and fall of the roman empire", delineando un catastrofismo storicamente ciclico, applicabile senza difficoltà alla mente umana, visto che se continuassimo a sfogliare il libricino troveremmo solamente opere ispirate ad inquietudini ed angoscie delle umane genti. Con questo album dopotutto, come ho già detto altrove, i Radiohead raggiungono veramente il fondo più nero delle loro composizioni confezionando un'opera estremamente difficile ma non per questo meno bella: forse è il loro lavoro più sottovalutato perchè pubblicato poco dopo quel capolavoro di Kid A, ma non si deve minimamente pensare ad una raccolta di outtakes di quest'ultimo, essendo Amnesiac molto differente e oserei dire di un altro genere, musicalmente parlando.
 
Tra le mie canzoni preferite dei Radiohead "Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box" ricopre un posto speciale: dai beats utilizzati alla voce fenomenale di Yorke tutto non fa che aumentare la voglia di ascoltare a ripetizione questa traccia apparentemente banale e di poco conto; la delusione nel testo per aver perso del tempo aspettando qualcuno/qualcosa trova delle perfette fondamenta nel procedere quasi ipnotico. Anni fa Vincenzo Mollica (si quell'imbecille per cui tutto è bello) accennò al video della seguente "Pyramid Song" nella sua rubrica al TG1: effettivamente il clip degli Shynola era meraviglioso ma non si dava giusto rilievo alla poesia della canzone forse il miglior connubio testo/musica mai prodotto dal gruppo nella sua lunga storia ("Jumped in the river, what did I see?/Black-eyed angels swam with me/A moon full of stars and astral cars/And all the things I used to see/All my lovers were there with me/All my past and future/And we all went to Heaven in a little row boat/There was nothin' to fear/nothin' to doubt"). Amnesiac sin dall'inizio presenta quindi un'alternanza di elettronica derivante dal precedente lavoro e di canzoni più classicamente Radiohead: entrambe le soluzioni sono perfette e la stessa "Pulk/Pull Revolving Doors", inizialmente davvero ardua, ha un suo perchè nella totalità del disco. Per rispettare questo alternarsi di generi ci troviamo di fronte alla disarmante "You and Whose Army?" che nasconde un passaggio centrale da estasi. Singoli usciti da questo album ce ne sono diversi, dopo la loro assenza in Kid A: il più riuscito è sicuramente "I Might Be Wrong", piccolo (?) capolavoro di sintesi musicale, dal finale inatteso e in un certo senso intimo. A seguire l'altro singolo "Knives Out" di cui avrete sicuramente visto il video di Michel Gondry: forse la più semplice e banale dell'album ma che nasconde un testo tremendamente complesso ed oscuro che oscilla tra la separazione tra genitori e il cannibalismo. Mentre "Morning Bell/Amnesiac" riprende l'omonima presente su Kid A rendendola più barocca e lenta, "Dollars & Cents" rappresenta una traccia troppo standard per i miei gusti e mi lascia la bocca piuttosto asciutta. Prima del finale "Hunting Bears" cerca di comunicarci preoccupazione o angoscia (a voi la scelta) con una piccola traccia di musica plumbea che pare allungarsi all'infinito. Il finale per l'appunto è affidato a due capolavori, anche se personalmente ancora non riesco a digerire "Life in a Glasshouse" che chiude il disco: prima però c'è la trascendentale "Like Spinning Plates", col suo testo e base registrati al contrario (la traccia originale mi pare sia alla base di "I Will" sul successivo Hail to the thief). Meravigliosa, nel suo incedere faticoso con una resa live da applausi e lacrime. Il disco muore in "Life in a Glasshouse" che con i suoi fiati è un episodio piuttosto strano all'interno di Amnesiac: c'è da dire che il cantato di Yorke sul finale è stupendo e mi riconcilia con una canzone che in fondo non mi piace.
 
Consigliato a chi ascolta i Radiohead ma credo che costoro già lo abbiano acquistato visto che è del 2001. Per il resto, andateci con i piedi di piombo: Kid A a confronto è una scampagnata.
 
Tra esattamente 12 giorni chissà se ascolterò "Like Spinning Plates" in quel di Milano...
 
Amnesiac
5/15/2008

Lars e una ragazza tutta sua

Non abituato ad un contatto fisico con le altre persone, forse per educazione, forse per un trauma Lars raggiunge la "veneranda" età di 27 anni senza mai aver avuto una ragazza e accrescendo le sue paranoie da sociopatico sino a acquistare una bambola come compagna di vita credendola vera: da qui si dipana la trama del film.
 
C'è qualcosa di strano nell'abbracciare le altre persone per una persona cresciuta nella diffidenza ma una volta che ci si lascia andare tutto appare più terso e un piccolo gesto come la stretta di mano di un'amica può rinvigorire sentimenti sopiti da troppo tempo.
 
E' un film da cineforum, quindi lentissimo sia ben chiaro ma vi strapperà più di un sorriso e avvertirete di tanto in tanto un discreto magone.
 
Lars e una ragazza tutta sua
5/13/2008

Accelerate - R.E.M.

Rapidi rapidi che nessuno si distragga o abbia possibilità di annoiarsi: per risollevarci dal torpore cosa c'è di meglio di un buon disco rock americano come non ne ascoltavamo da tempo? Perchè non cercare di uscire dalla stagnante situazione di disarmente sfiducia diffusa nella società con una bella sferzata di note che potrebbe svegliare un po' di animi e invogliare il recupero di fantasia, amore per la vita e propositività? Non ho mai trovato riscontri passionali completi per la musica piena di chitarre e ritmi veloci soprattutto se tinteggiata di stelle e strisce a meno che la qualità non fosse davvero molto alta e che nascondesse tracce di sana malinconia nella voce o semplicemente in alcuni passaggi musicali. Credo sia per il solito discorso: quando si è giù ascoltare qualcosa del genere non fa che violentare il nostro orecchio e così col tempo gli album accatastati sulla mensola prendono un sentiero tortuoso ma ben indirizzato tra tinte oscure ed infatili tinte pastello.
 
Sia chiaro sin da subito il seguente cd non mi fa impazzire ma nemmeno è da buttare: si fa ascoltare e ciò mi basta per accompagnare al meglio come colonna sonora i rari casi di euforia. "Accelerate" dei R.E.M. parte già svantaggiato dalla copertina che se da un lato è apprezzabile per l'ormai diffusissimo digipack mi lascia indifferente per scelta dello stile bianco-nero metropolitano che rende l'intero package come un piccolo inserto musicale di qualsiasi rivista da edicola. Al di là di queste elucubrazioni inutili in una recensione di un prodotto musicale vediamo come si comporta il supporto quando inizia a ruotare nel lettore e a presentare il vero contenuto che abbiamo acquistato.
 
"Living well is the best revenge": benvenuti negli USA, no questo non è Monster nè tantomeno New Adventures in Hi-Fi ma un nuovo lavoro in cui Peter Buck sguinzaglia la propria chitarra come ha fatto poche altre volte. A conti fatti sembra strano ascoltare questo tipo di suono nel 2008 ma in fondo lo desideravamo e immaginiamo sin da subito l'ottima resa che un pezzo di questo tipo può avere riproposto dal vivo. 3 minuti e 11 secondi e non è la radio, è una canzone nella sua interezza che si attesta su una durata irrisoria come tutte le altre tra l'altro in questo album che dura poco più di mezz'ora. Per i testi siamo sulle solite tipiche pazzie da Micheal Stipe che sembra non dire nulla, ma in realtà è assolutamente venefico e perfetto, accorpando un grandissimo insieme di scene da cronista quindi mi astengo dal commetarli anche perchè potrei cadere in facili errori o misinterpretazioni. "Man-Sized Wreath" ha già meno mordente della prima traccia del disco ma il singolo "Supernatural Superserious" che segue nonostante qualche coretto dal brutto effetto U2 non sfigura ed anzi se pensato come radiofonico è un gran bel pezzo. Molto carina e tipicamente R.E.M. la seguente "Hollow Man" con i suoi 2 minuti e mezzo (!) apre la strada ad un bel trittico: la classica ballata "Houston" per il testo sull'uragano Katrina e tutte le polemiche nate dal disastro causato quasi più dal governo Americano che dalla violenza della natura; "Accelerate" riprende la velocità che delinea l'album e la regola con una bel ritmo incalzante; l'altra ballata "Until the Day Is Done", meno bella di "Houston" ma per gli amanti del rock classico una piccola perla. Se dovessi scegliere il pezzo che più mi aggrada direi "Mr. Richards" bella commistione di testo e improvvise accelerazioni che recupera la mia attenzione persa un po' sulla precedente "noiosa" traccia; "Sing for the Submarine" d'altro canto non riesco a digerirla forse per i suoi lunghissimi 4 minuti