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FrostiA higher place 2009/11/21 Geogaddi – Boards of CanadaNel centro commerciale folle fagocitano sudato squallore, in attesa che uno schermo gigante li abbagli con esplosioni e bagliori e che ai loro orecchi giunga la prima di una lunga serie di battute costruite e ripetute. Starnazzano oche e pavoni all'apertura delle porte, tre ore prima dello spettacolo, con tanti saluti alla decenza, visto che, dove urlano cellulari, serpeggiano mode truzzo-chic e vengono decantanti profili virtuali degli assenti, è oggettivamente più che accettabile parlare di esatta indecenza. Vecchie Perpetue ammirano pietre e metalli ciondolando fino all'automa sorridente che spinge il carrello: un marito lavoratore incelofanato nella sua bella tutina acetata, rubicondo e dal baffo revisonista. Adagiati in questo ambiente, come fosse normale non pensare e sconveniente, perchè faticoso, crescere intellettualmente in un contesto dove è più arduo farlo: gente semplice, di una semplicità erosiva per un sistema che dovrebbe cambiare e crescere, ma neanche ci prova, occupato nell'osservare i colori e gustare il dolce lardo in cui è immerso. Ma da quassù, più in alto, nel lascivo autunno, le luci ed i suoni si accendono e spengono seguendo il vento. Cerchi così calore, nascosta dietro i colori delle tazze da tè, mentre al di sotto delle nubi, là fuori, bruciano le illuminazioni dei centri abitati: avrò sempre la forza di salvarti da quelle ciniche fiamme. 23 tracce compongono "Geogaddi" dei Boards of Canada, suono onomatopeico che definisce l'incontro tra privato da difendere e pubblico da accettare a malincuore: "Geogaddi" è la radiazione di fondo dell'universo alternativo che si crea nella testa in difesa dei valori più intimi e imprenscindibili. 23 gioiellini elettronici con durata media, molto bassa: freddi come il vetro perlopiù, salvo qualche eccezione di singole note e conseguente inatteso calore da camera. Le canzoni intese come tali, ovvero che presentano una parvenza di struttura, si contano sulle dita, essendo il lavoro composto da tracce "classiche" intervallate da passaggi sintetici con citazioni e campionamenti: l'album va perciò ascoltato e valutato, come ovvio, nella sua interezza, nel quadro di insieme risultante dal talento dei due artisti: mensione a parte meritano "Gyroscope", per il suo vortice ansiogeno, "Julie and Candy", nel suo mellifuo pop, e "You Could Feel the Sky", disturbata e disturbante. Dopo svariati ascolti quel che resta è un cd da ascoltare per rapportarsi con la vera alienazione: al di là di "Over the Horizon Radar" che potrebbe essere visualizzata come un respiro nella nebbia, tutto il resto trova la sua collocazione visiva antitetica in una serie di immagini squallide e kitsch, uno show televisivo della domenica, di cui sperare l'incendio in diretta dello studio. Tassello molto importante nella realtà musicale elettronica del recente passato, consigliato ai non duri di orecchi. ![]() 2009/10/10 Kingdom of rust - DovesGiustifichiamoci in tutto: gli altri alzeranno le palette numerate dando un voto allo stile delle nostre scuse nei confronti dei fatti corrotti della vita, re-integrandoci. Esiste un modo in cui tutto deve andare, in apparenza senza offendere alcuno: ogni sentiero è percorribile sempre e soltanto in compagnia di almeno una dozzina di persone, perchè soli o ancor più noiosamente in due è difficile aggregarsi, ci vuole troppo coraggio. Sempre pronti a rimanere nascosti dietro gli scudi di qualsivoglia ipocrisia perchè quel che offre la società è comprensione e perdono per il buon uomo, senza giudizi o remore. Muffose braccia ci accoglieranno sempre e tutti i comportamenti errati figli del testosterone passeranno sottobanco, coperti, sottovalutati, mentre noi sbaglieremo ancora, incapaci di mantenere la parola e di amare, veramente, qualcuno o qualcosa. Uno strano delirio naif non plausibile per descrivere il posto dove vivete? Lì c'è traccia infinitesimale di vecchio buon senso? Manca chi urla "Silvio salvaci dai commmunisti!!!"? Persone miopi volano ancora a tre metri da terra? L'associazionismo santifica e chi fa il segno della croce scopa? Una società, un regno permeato di ruggine: il "Kingdom of rust", descritto dai Doves con la loro ultima fatica, tornati sulle loro posizioni iniziali, a tratti, con maggiori inserti di elettronica e cassa pesante. L'album si apre con la spaziale "Jetstream" dilatata in tempo e spazio con aperture e chiusure sinusoidali del suono quasi a creare spazio nella mente per poter apprezzare al meglio il resto delle canzoni: non solo una misera apertura, dato che sin da subito si sente una maggior spinta della composizione con ritmi memori delle origini DJ del gruppo di Manchester, godibilissima e galvanizzante. Il cantato viene lasciato alla seconda voce ufficiale, ma l'armonia più a'la Oasis costituisce un ottima scelta per un pezzo così in crescita man mano che passano i secondi. "Kingdom of rust", singolo, title track e capolavoro, battezza il ritorno della prima caldissima voce che su un tappeto quasi country enuncia poesia lirica e sonora: "[...]It takes an ocean of trust/In the Kingdom of Rust[...]", fiducia e speranza per oliare i sentimenti più nobili, fermi in questa società. Senza esagerare il miglior singolo di sempre della band ed uno dei migliori pezzi in assoluto: un malinconico western disarmato e disarmante. Per continuare sul trend del ritorno alle origini sonore segue "The Outsiders" con tratti finali da hard-rock su rinnovati tappeti elettronici: densa, classica e rumorosa. "Winter Hill" allenta un po' il morso mostrando qualche traccia di stanchezza, mantenendosi però su livelli molto alti: tutto il disco dopotutto può essere definito un bel lavoro a differenza del precedente (Some cities) che scadeva in facile rock primi '90 e citazionismo per diversi passaggi. Rinnovata veste per i Doves invece in "10:30", altra traccia dilatata e in crescendo con suoni pescati da insegnamenti space rock: dopo aver sbagliato, correre senza sosta per tornare, "[...]like a moth to the flame/i will turn back again". Fantastica inesorabile salita sonora. Un tema politico si affaccia in "The greatest denier" che, escludendo "Kingdom of rust", risulta fin qui l'opera migliore, nuovamente densa e complessa con ritmi sempre più elettronici e "azzardati", quasi violenta nei confronti degli ascoltatori ("[...]Go to sleep, Citizen./We'll wake you up when we're done."). I Doves seminano campi che già conoscono da sempre, ma qui si sono davvero spinti un po' più in là senza il bisogno di reinventarsi e rischiare ma soltato ripescando aspetti che avevano rinnegato o rifiutato. "Birds Flew Backwards", piccola cronaca di vita, e "Spellbound" volano basse nonostante la seconda trovi un gran finale epico: unico doppio momento di vero ritorno al recente passato che non si può, nè si deve, certo cancellare. "Compulsion", invece, è a dir poco sorprendente: linee di basso oscure e potenti contrapposte a ritmiche fitte che si lanciano all'inseguimento di qualche eco di riff volto a mantenere il legame con la storia del gruppo, qui definitivamente irriconoscibile e da applausi a scena aperta. L'eco viene ripreso dalla voce in "House of mirrors": un trascinante piacere assordante da ascoltare e sempre uptempo fino al prefinale esplosivo. Questo ascolto solleva una piccola critica, visto che la chiusura viene affidata alla intima ma banale "Lifelines", scarica e accomodante, piuttosto che al pezzo appena gustato: di fatti l'ultima traccia lascia un leggero amaro in bocca e senso di incompiutezza, senza arrivare da alcuna parte. Un enorme peccato per un disco di questo livello. Consigliato a tutti, non c'è davvero nulla di ostico. ![]() 2009/8/31 Rounds – Four TetSulla compatta sabbia bagnata ad un metro dalle prime onde, lo sguardo spazia lateralmente, cogliendo la quiete del tardo pomeriggio carico di azzurro, ambrato soltanto alla vista. Il caldo mare è scuro, pronto a affidarsi senza paure al buio che avanza: il vento sa fin dove spingersi e non offende il corpo mantenendo una lieve brezza strisciante rasoterra, dove i piedi lasciano orme. Lei ha i pantaloni azzurri e levita sulle sabbie umide della sera grazie alla salda mano del padre, fuori troppo anziano per distrarsi, dentro troppo giovane per odiare: le pieghe del tessuto rimangono eguali ad ogni metro percorso, imperterrite, disturbate dal mare che cerca di comprendere col tatto delle proprie onde come possa una ragazzina insolente volare sul suo dominio. Le sue inadatte gambe vanno ancora avanti, magre e tremanti, sorrette dall'amore di chi ha deciso che ogni vita è speciale e sacra. Cuccioli d'uomo corrono tutt'attorno in ampi spirali, con sfide e sorrisi, mentre la coppia si allontana, perdendosi nella foschia degli occhi dell'osservatore casuale: con mezzi differenti, per ciascuno, è l'ennesimo tramonto da ricordare. Nella inusuale Estate elettronica si potrebbe scegliere, visto il cappello introduttivo, "Rounds" di Four Tet, un elogio gioioso e circolare delle piccole cose: conchiglie, onde e granelli di sabbia. Carattere distintivo di Four Tet è la commistione arzigogolata di strati su strati melodici con un sapiente uso di ogni mezzo musicale elettronico e non: così le sue mani si muovono esatte nella cadenzata "Hands" e accelerano disturbate in "She moves she". Per sommicapi si potrebbe dire, utilizzare il freddo per sentire caldo: la frescura del tardo meriggio è ben presente qui in questo album di rotondi fuochi d'artificio da gustare all'aria aperta ("First Thing"), seduti a terra, con lo sguardo verso l'infinito. Nonostante l'apparente piattezza del paesaggio, ci rallegrano soluzioni particolari e decisamente azzeccate che si trovano qua e là, come in "My Angel Rocks Back and Forth" dove tracce registrate al rovescio si sovrappongono nella canzone o in "Spirit Fingers", dove delle mani possedute si inseguono sui tasti. L'accessibilità dell'album è data da "Unspoken" salvata da una ripetitiva lungaggine tramite qualche intervento acido. In seguito "Chia" introduce "As Serious as Your Life", danzereccio momento di libertà che ricorda il background dell'autore prima del doppio finale allucinogeno e rallentato di "And They All Look Broken Hearted" (con influenze jazz malate) e "Slow Jam": quest'ultima da ricordare per il gioioso suono di un giocattolo per bimbi, infantile metodo per frenare il tempo. Consigliato a tutti perchè non credo sia affatto ostico sotto alcun punto di vista. 2009/8/14 Amber - AutechreGirovagando tra le infinite mappe create dalle strade che il gusto musicale può percorrere man mano che l'ascoltatore matura ci si può trovare di fronte al gigantesco universo dell'elettronica: i confini con le altre galassie melodiche non sono ben definiti viste le continue contaminazioni di questo genere specchio quarantenne della modernità. Filoni che si creano e si esauriscono ad altissima velocità come i battiti delle fazioni più danzereccie o che si perdono nel tempo impercettibili come dei subdoli bassi che scuotono pareti e porte senza lasciare segni di cedimento sulla struttura dell'affezionamento musicale. Bisogna essere veloci ad assaporare queste delizie sempre molto dense ma a scadenza estremamente ravvicinata: l'invecchiamento precoce qui risparmia di fatti pochissimi album che definire storici sembra una presa in giro a causa della concezione stessa della musica in questione, che ha il dovere di essere sempre e comunque un passo avanti al prodotto che si immagina possa venir pubblicato (discorso forse meno valido per la Dance radiofonica). Non parlare di derivazioni è davvero arduo partendo molto spesso da campionamenti o estrapolazioni da pezzi già esistenti, anche piuttosto distanti dal settore sintetizzato delle note: "Amber" degli Autechre, crea e distrugge di canzone in canzone senza apparentemente far riferimento a vecchie tracce e allo stesso tempo fa tremare la porta, la fa tremare in maniera veemente con bassi onnipresenti profondi e cupi. Gli anni sulle spalle si sentono in diversi passaggi ("Silverside"), ma c'è davvero tanto contenuto, importante per l'intero movimento. Alla serietà fredda e acida di tracce come "Glitch" o "Foil", migliore episodio dell'album le cui aperture e chiusure ben richiamano questo continuo crea/distruggi, leitmotiv del disco, si contrappongono pezzi ben meno impegnativi come "Montreal", "Slip" o "Piezo" che presenta al suo interno però elementi soffusamente dark, notturne elucubrazioni sul nulla, paranoiche visioni nel buio. "Further", "Nil" e "Teartear", seppur in maniera minore rispetto a "Silverside", subiscono l'anno di produzione con effetti sintetici poco al passo, nati vecchi (facile parlare 15 anni dopo...), come l'accenno nascosto di voce filtrata nel divertissment "Nine", comunque degno di nota. Le uniche carezze, a dimostrazione dell'intimità dell'elettronica, ci arrivano con "Yulquen" in cui caldi beat blu si poggiano secchi su reti di suoni più aspri e disturbati, ma lontani. Qui tutto trema e rallenta il battito cardiaco, con un infarto dietro l'angolo che non arriverà mai: ansia. Prima recensione senza pezzi in ordine e senza consiglio guidato all'ascolto: coraggio e ascoltate, cestinerete o apprezzerete, a voi la scelta. |
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