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Frosti

A higher place
5/15/2008

Lars e una ragazza tutta sua

Non abituato ad un contatto fisico con le altre persone, forse per educazione, forse per un trauma Lars raggiunge la "veneranda" età di 27 anni senza mai aver avuto una ragazza e accrescendo le sue paranoie da sociopatico sino a acquistare una bambola come compagna di vita credendola vera: da qui si dipana la trama del film.
 
C'è qualcosa di strano nell'abbracciare le altre persone per una persona cresciuta nella diffidenza ma una volta che ci si lascia andare tutto appare più terso e un piccolo gesto come la stretta di mano di un'amica può rinvigorire sentimenti sopiti da troppo tempo.
 
E' un film da cineforum, quindi lentissimo sia ben chiaro ma vi strapperà più di un sorriso e avvertirete di tanto in tanto un discreto magone.
 
Lars e una ragazza tutta sua
5/13/2008

Accelerate - R.E.M.

Rapidi rapidi che nessuno si distragga o abbia possibilità di annoiarsi: per risollevarci dal torpore cosa c'è di meglio di un buon disco rock americano come non ne ascoltavamo da tempo? Perchè non cercare di uscire dalla stagnante situazione di disarmente sfiducia diffusa nella società con una bella sferzata di note che potrebbe svegliare un po' di animi e invogliare il recupero di fantasia, amore per la vita e propositività? Non ho mai trovato riscontri passionali completi per la musica piena di chitarre e ritmi veloci soprattutto se tinteggiata di stelle e strisce a meno che la qualità non fosse davvero molto alta e che nascondesse tracce di sana malinconia nella voce o semplicemente in alcuni passaggi musicali. Credo sia per il solito discorso: quando si è giù ascoltare qualcosa del genere non fa che violentare il nostro orecchio e così col tempo gli album accatastati sulla mensola prendono un sentiero tortuoso ma ben indirizzato tra tinte oscure ed infatili tinte pastello.
 
Sia chiaro sin da subito il seguente cd non mi fa impazzire ma nemmeno è da buttare: si fa ascoltare e ciò mi basta per accompagnare al meglio come colonna sonora i rari casi di euforia. "Accelerate" dei R.E.M. parte già svantaggiato dalla copertina che se da un lato è apprezzabile per l'ormai diffusissimo digipack mi lascia indifferente per scelta dello stile bianco-nero metropolitano che rende l'intero package come un piccolo inserto musicale di qualsiasi rivista da edicola. Al di là di queste elucubrazioni inutili in una recensione di un prodotto musicale vediamo come si comporta il supporto quando inizia a ruotare nel lettore e a presentare il vero contenuto che abbiamo acquistato.
 
"Living well is the best revenge": benvenuti negli USA, no questo non è Monster nè tantomeno New Adventures in Hi-Fi ma un nuovo lavoro in cui Peter Buck sguinzaglia la propria chitarra come ha fatto poche altre volte. A conti fatti sembra strano ascoltare questo tipo di suono nel 2008 ma in fondo lo desideravamo e immaginiamo sin da subito l'ottima resa che un pezzo di questo tipo può avere riproposto dal vivo. 3 minuti e 11 secondi e non è la radio, è una canzone nella sua interezza che si attesta su una durata irrisoria come tutte le altre tra l'altro in questo album che dura poco più di mezz'ora. Per i testi siamo sulle solite tipiche pazzie da Micheal Stipe che sembra non dire nulla, ma in realtà è assolutamente venefico e perfetto, accorpando un grandissimo insieme di scene da cronista quindi mi astengo dal commetarli anche perchè potrei cadere in facili errori o misinterpretazioni. "Man-Sized Wreath" ha già meno mordente della prima traccia del disco ma il singolo "Supernatural Superserious" che segue nonostante qualche coretto dal brutto effetto U2 non sfigura ed anzi se pensato come radiofonico è un gran bel pezzo. Molto carina e tipicamente R.E.M. la seguente "Hollow Man" con i suoi 2 minuti e mezzo (!) apre la strada ad un bel trittico: la classica ballata "Houston" per il testo sull'uragano Katrina e tutte le polemiche nate dal disastro causato quasi più dal governo Americano che dalla violenza della natura; "Accelerate" riprende la velocità che delinea l'album e la regola con una bel ritmo incalzante; l'altra ballata "Until the Day Is Done", meno bella di "Houston" ma per gli amanti del rock classico una piccola perla. Se dovessi scegliere il pezzo che più mi aggrada direi "Mr. Richards" bella commistione di testo e improvvise accelerazioni che recupera la mia attenzione persa un po' sulla precedente "noiosa" traccia; "Sing for the Submarine" d'altro canto non riesco a digerirla forse per i suoi lunghissimi 4 minuti e 50 (!!!) che non mi convincono completamente. Assieme alla precedente "Mr. Richards", "Horse to Water" colpisce e a tratti entusiasma con il suo rapidissimo incedere verso la atipica finale "I'm Gonna DJ" che proprio per la sua atipicità potrebbe piacere ma personalmente la trovo piuttosto vuota. Fine. 34 minuti a tutta velocità e senza pensare (relativamente): ogni tanto fa bene e ci mantiene giovani.
 
Consigliato a tutti ma proprio tutti perchè se non ci si addentra nei testi è un cd che scorre con grande facilità e in tempi adatti ad una pausa pranzo dall'ufficio.
 
Accelerate

Cody - Mogwai

Of all I knew, her held too few.
And would you stop me, if I try to stop you.

Old songs stay 'til the end.
Sad songs remind me of friends.
And the way it is, I could leave it all
And I ask myself, would you care at all.

When I drive alone at night, I see the streetlights as fairgrounds
And I tried a hundred times to see the road signs as Day-Glo.

Old songs, stay till the end.
Sad songs, remind me of friends.
And the way it is, I could leave it all
And I ask myself, would you care at all.
5/1/2008

Third - Portishead

Una signora di mezza età in tuta sintetica, a testa bassa e chiaramente svuotata dalla noia, trascina i suoi passi verso il viale alberato attraversando con pericolosa lentezza la strada in curva: dalla sua mano si estende un guinzaglio che termina alla base del collo del suo cane costringendo così la corda a passare sotto la bocca dell'animale sfregandogli il muso ad ogni passo della padrona troppo presa al contemplare il nulla intorno e dentro lei per dare peso a questo contrattempo di poco conto. Il cane non prova neanche a fiatare ma è evidentemente nella più scomoda situazione possibile: mantenere la sua fedeltà cieca e sperare in un qualche riconoscimento in futuro per il suo comportamento o prendere in mano (zampa) la situazione abbaiando, fermandosi o cercando in ogni modo di districarsi dal fastidio, naturalmente arrecando disturbo e venendo meno alla sua primitiva peculiarità di migliore amico dell'uomo. Lei è un essere razionale anche se la mente, fidandoci dell'aspetto esteriore, le sta giocando un orrendo scherzo facendola dondolare sul baratro di una depressione pre-vecchiaia, mentre il povero cane è solo un animale ma dalla costanza invidiabile e auspicabile per tutti noi sempre pronti a obbedire a degli istinti che millenni di storia non sono riusciti a sopire, purtroppo.
 
Questa scena mi sarebbe sfuggita se non fossi tornato prima dal centro città con la necessità di ascoltare il nuovo cd dei Portishead, Third, che già avevo ascoltato prima dell'acquisto visto che la distanza di 10 anni dalla loro ultima pubblicazione mi rendeva alquanto scettico: capolavoro o minestra riscaldata? Una cosa è certa, quella scena così comune ma drammatica osservata in slow-motion estremo sarebbe un video perfetto per molte tracce di questo album che sin da subito, dal primo ascolto effettivamente ci si presenta in tutto il suo pumbleo splendore, forse inatteso, dopo un così lungo lasso di tempo.
 
I temi trattati restano sempre molto oscuri e incentrati sui sentimenti oggettivamente più pesanti dell'uomo: l'apertura con "Silence" ci permette infatti, se venissimo spiazzati da una musica un po' diversa dal solito, di riconoscere istantaneamente i Portishead dalla voce della Gibbons e dai testi. E' una canzone che dopo una partenza in portoghese alquanto inusuale si costruisce sempre più fino a troncarsi inaspettatamente nel silenzio. Più tipica è la seguente "Hunter" che recupera l'atmosfera da spy-movie tanto cara al gruppo ma che si distingue dal solito per un trascinante crescendo poco prima del finale. In generale l'atmosfera è sempre la solita anche nella seguente "Nylon Smile" ma serpeggia un qualcosa di nuovo in ogni traccia che rende l'album complesso e fruibile allo stesso momento, senza analizzare a fondo i testi come al solito, considerando che ad esempio in questo caso il sorriso di nylon è il sorriso che cerca di mantenere sempre chi si trova in una situazione di depressione: "I'd like to laugh at what you said but I just can't find a smile". Ed eccoci così già appagati arrivare alla quarta traccia, "The Rip", che davvero lascia senza fiato: una poesia su qualche arpeggio di chitarra che si lascia andare in un finale meraviglioso e inusuale. Leggendo in giro per questo sito credo abbiate capito che gli aspetti che più mi appassionano nella musica sono i disturbi inseriti nelle canzoni e gli improvvisi crescendo e muri sonori, beh qui siamo ad un livello, per questo ultimo aspetto, altissimo e di ottima fattura: meravigliosa. Mentre "Plastic" esprime il distacco in una coppia ma potrebbe essere considerato l'episodio meno riuscito nel disco, "We carry on" è assurdamente balcanica nel suo progresso ritmico: datele diversi ascolti e assumerà le due ben definite caratteristiche di spiazzante e stupenda. La mia definizione di "balcanica" non deve sviare, in quanto tollero a malapena tutto ciò che è world-music ma era l'unico modo per delineare al meglio il ritmo presente, per il resto c'è da notare, oltre alla solita irragiungibile voce, un riff di chitarra molto Mezzanine che riempie e fortifica la canzone. Dopo la stranissima e breve "Deep water" che comunque si incastona perfettamente nell'album arriviamo al singolone "Machine gun" in cui tracce industrial producono accostate alla voce ultraterrena della cantante un prodotto di eccellente fattura: un testo in cui ci si ribella all'idea di un Dio, di un idolo in cui la cattiveria delle parole è evidenziata dall'asprezza e crudezza del ritmo. Troppo scarno? No troppo bello e funzionale: certo, bisogna essere un po' aperti mentalmente e credo che se siete arrivati a leggere fin qui sapete cosa intendo. L'intimità viene recuperata con la seguente "Small": ormai sembra banale ripeterlo ma siamo di fronte ad un altro gran pezzo e visto il numero delle tracce che ho incensato finora si può facilmente concludere che Third è un capolavoro. La Roads di questo album potrebbe essere "Magic doors" che tratta un tema particolare come quello della ricerca della propria sessualità: ennesima nota sulla voce nel passaggio "I've been losing myself/My desire I can't have/No reason am I for". Prima di riporre il cd, i Portishead ci aiutano a ricordare di fronte a chi siamo, visto la discreta atipicità ascoltata sin qui, con la finale "Threads" : torna la tipica musica, la tipica voce e un testo nuovamente dark e disarmante sull'insicurezza della persona. Nonostante sembri trascinarsi stancamente è una chiusura perfetta con un finale stupendo che inizia con un disperato "Where do I go?/Damned One" e si spegne su una lugubre sirena che sembra accompagnarci attraverso una grigia tempesta marina, almeno fino al prossimo album...
 
Consigliato ad appassionati di trip-hop che troveranno una bella sferzata di novità per il genere e a tutti coloro che vogliono capire quanta infinita classe continua ad apportare al mondo musicale questo gruppo inglese.
 
Third
4/19/2008

Okami

E pensare che prima ero capace di stare ore ed ore davanti ad un videogioco, per finire questo ci sono volute 37 ore forzate da una odiosa varicella invisibile e debole ma che mi ha costretto in casa per un bel po' di tempo: mosso da compassione per il sottoscritto costretto all'esilio, il buon Gianfelice mi ha portato la PS2 e l'ho accesa solamente per questo giochillo che solo dagli artwork lascia perlomeno sorpresi. Più vado avanti più mi allontano da questo colorato mondo di sprites e poligoni, riducendomi nei momenti di calma piatta a giocare solo ciò che rappresenta davvero una boccata di novità: l'ultimo gioco su cui avevo buttato del tempo risale al Settembre scorso; man mano che il tempo passa gli intervalli di tempo tra un gioco e l'altro si dilatano e di questo passo in un paio d'anni ci sarà un taglio netto (bene o male? non so).
 
Okami con la sua strana grafica acquerellata rappresenta esattamente un'idea moderna di arte: se arte è tutto ciò che l'uomo crea e che ci causa delle emozioni questo è esattamente un "oggetto" di tal tipo, l'anello mancante tra classico e moderno, forgiato per il nostro divertimento ma con una classe e fantasia infinite, tanto da poter essere accostato senza problemi ad un'opera di pittura contemporanea. Le soluzioni innovative non sono altro che dei semplici script come se ne vedono in ogni gioco di rpg o platform, come in questo caso, ma sono realizzati tramite delle trovate davvero particolari e in un certo senso romantiche: le lascio scoprire a voi, ma vi dico soltanto che spesso per superare dei passaggi dovrete pitturare lo schermo. Nascondendo tracce da rpg soffre di tanto in tanto della "sindrome del fattorino", vai lì raccogli l'oggetto e torna, ma è mitigato da momenti esaltanti, da una difficoltà mai frustrante e da una leggera ma diffusa dose di demenzialità manga, essendo un prodotto che più giapponese non si può.
 
Se siete costretti in casa da pioggia, malattia o proprio non vi va di uscire è davvero un bel modo di passare un po' di tempo al posto del solito film.
 
Ultima nota: abbiate pazienza nelle parti di narrazione piuttosto lunghe e tediose; la sola introduzione dura ben 20 minuti...
 
Okami
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